Teresa De Martin è senior project manager e co-fondatrice di So.de – Social Delivery, nuovo modello di social delivery che rispetta principi etici e che sviluppa progetti ad alto valore sociale.
Da dove è nata l’idea di fondare So.de – Social delivery e quali sono state le sfide principali che avete incontrato nel promuovere questo modello di business all’interno di un settore così competitivo?
L’idea di fondare So.de è nata in piena pandemia, nel 2020. Durante il lockdown le uniche persone che attraversavano le nostre strade erano i Rider/Corrieri. Persone che sappiamo lavorare senza tutela, con mezzi propri, senza nessun tipo di riconoscimento di un ruolo che è stato – ed è ancora – fondamentale. Le rivendicazioni in quei mesi si facevano sentire e per noi sono state un campanello di allarme. Abbiamo allora iniziato a chiederci se e come sarebbe stato possibile fondare un delivery etico, che rispondesse alla necessità di avere contratti equi e regolari e che allo stesso tempo fosse sostenibile economicamente. Abbiamo iniziato a pensare al Raider non solo come a colui che trasporta qualcosa, ma come a un operatore di comunità che attraversa tutti i giorni le nostre città fungendo da antenna sul territorio e creando un contatto diretto con le persone. Questa è l’idea da cui noi co-fondatori e co-fondatrici di So.de siamo partiti, mettendo insieme le nostre competenze. Abbiamo allora deciso di partecipare a un bando del Comune di Milano con un progetto di delivery alternativo e sostenibile che prevedesse l’utilizzo di cargo bike e che presentasse iniziative solidali. Il bando prevedeva un finanziamento misto, in parte a fondo perso e in parte con crowdfunding. Ed è stata proprio la campagna di crowdfunding che ci ha dato la possibilità di farci conoscere, permettendoci di parlare a molti di un tema così caldo in quel periodo. Ci ha anche aiutato a intercettare un bisogno, un desiderio della Comunità e del quartiere di Dergano, in cui siamo nati. Ma da tutta Milano hanno iniziato a scriverci: ristoranti, botteghe, aziende più o meno grandi. Forse la campagna ha contribuito a far emergere i nostri sensi di colpa rispetto alla consegna a domicilio, facendoci rendere conto del fatto che si tratta di un servizio di lusso e che dobbiamo essere pronti a rispettare tutti coloro che fanno parte di questa filiera.
Come siete arrivate e arrivati al modello di business che utilizzate attualmente?
Abbiamo studiato parecchio: all’inizio lanci l’idea ed è tutto bellissimo. Poi però devi realizzarla. Così abbiamo capito che il modello di business delle grandi piattaforme di delivery per noi non era applicabile, perché ricade completamente sul lavoratore finale, sfruttandolo. Il meccanismo prevede infatti che il Rider sia sempre a disposizione ma che venga pagato solo per le consegne effettuate, con moltissime ore vuote ad aspettare senza alcun compenso. Noi invece volevamo assumere i Rider e pagarli per il loro tempo. Abbiamo capito che sarebbe stato impossibile stare in quel mercato e abbiamo deciso di concentrarci sulla ciclo-logistica, sull’ultimo miglio: non consegniamo più i pasti caldi e non facciamo delivery espresso, ma ci occupiamo di consegne a domicilio che possiamo programmare. In molte città Europee questo modello funziona e si sta affermando: i dati ci dicono che oltre il 50% delle consegne all’interno del contesto urbano effettuate dai furgoni possono essere sostituite da consegne in cargo bike con il 60% di efficienza e velocità in più. Così oggi lavoriamo su ordini programmati, consegnando piante, libri, arredi piccoli e medi (uno dei nostri clienti è Ikea). In questo modo riusciamo a organizzare i turni dei corrieri (non più Rider) e le rotte per ottimizzare i percorsi.
Come vi siete approcciati e approcciate nella gestione delle disuguaglianze che via via avete incontrato in questo in questo lavoro?
Alcuni dei nostri Corrieri sono persone appassionate di bici e di ciclo-logistica. Un’altra metà proviene invece da percorsi diversificati: si tratta di persone che ci vengono segnalate da realtà cooperative del terzo settore e/o servizi sociali, che arrivano da contesti di marginalità o fragilità (detenzione minorile, persone soggette a protezione speciale o da altri paesi). Come impresa sociale abbiamo l’obbligo di impiegare almeno il 30% del personale in percorsi di inclusione sociale e lavorativa; il contratto è uguale per tutti e tutte. Prevediamo poi una serie di percorsi di formazione, alcuni obbligatori per legge, altri di nostra iniziativa (ciclo-meccanica, ciclo logistica, soft skill quali comunicazione efficace). Un altro punto importante è stata la scelta ci aprire due spazi, uno in zona Navigli e uno qui a Dergano, per lavorare e accogliere i Corrieri. Lo spazio di Dergano è anche un community hub aperto alla cittadinanza. Qui i nostri collaboratori e collaboratrici possono lavorare ma anche ricaricare il telefono, andare in bagno, mangiare; sono luoghi di convivialità e di inclusività. Qui le persone che non parlano l’italiano lo imparano in pochissimi mesi perché si cucina insieme, si parla e ci si aiuta a vicenda. Crediamo molto nel fatto che lo stare insieme aiuti a sviluppare competenze, creando un clima aziendale che sia portatore di valori di un certo tipo, che permetta di relazionarsi alla diversità, alla disuguaglianza. Pensiamo che ci sono dei percorsi personali che vanno supportati per far volare le persone oltre al lavoro che stanno facendo adesso e che di certo non faranno per tutta la vita. Vogliamo essere un veicolo rispetto ai possibili sviluppi, alle altre professioni, al futuro delle persone che passano da qui. Ora abbiamo 12 dipendenti e tutte le persone che abbiamo conosciuto hanno una grande voglia di imparare e di e di costruirsi una nuova vita. Alcuni di loro vengono da percorsi difficili, hanno affrontato lunghi viaggi per essere qui e le loro esperienze sono importanti per noi.
Il modello che avete costruito è sostenibile economicamente?
In questi due anni siamo riuscite e riusciti a creare un modello che sta in piedi a livello economico, con 12 persone a contratto e alcuni collaboratori e collaboratrici esterni. La macchina funziona meglio di come ci aspettavamo. Molte cose nel tempo sono venute da sole: i clienti grossi che sono arrivati hanno permesso di ingrandirci piano piano. Da subito abbiamo cercato uno spazio per lavorare e stare insieme e abbiamo avuto la fortuna di trovarne uno all’interno di un ecosistema virtuoso che ospita anche altre realtà con cui condividiamo vedute e principi. Abbiamo partecipiamo a bandi che ci hanno consentito di acquistare l’attrezzatura per la ciclofficina e di arredare questo spazio.
Stiamo all’interno di vero e proprio modello di Funding Mix, con entrate commerciali, raccolta di finanziamenti e di fondi. Abbiamo creato una struttura partendo da un capitale minimo; siamo cresciuti in organico, ci siamo scontrati con tanta burocrazia, amministrazione, con tutto il mondo della contrattualistica – per fortuna avevamo dei volontari giuslavoristi che ci hanno aiutato. è un percorso che stiamo facendo tutti insieme, in cui anche i corrieri si sentono molto ingaggiati e dove le differenze si intrecciano e diventano una risorsa.
Così un corriere appena arrivato in Italia che non conosce una parola di italiano viene aiutato da un altro corriere che gli insegna la lingua e poi insieme si trovano a consegnare dei pasti a persone in grande difficoltà. Tutto ciò da un senso al nostro lavoro. La fatica è tanta, ma il senso di ciò che stiamo creando lo è ancora di più.
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Foto Yu Hosoi @Unsplash