Dagli spazi ai saperi, condividere nelle organizzazioni


Alice Selene Boni è urbanista è ricercatrice, si occupa di politiche pubbliche del territorio; è docente a contratto presso il Politecnico di Milano e svolge attività di
ricerca e di consulenza sui temi dell’abitare e delle politiche abitative.
 

L’abitare (una casa e/o uno spazio) può diventare un esercizio di condivisione.
E’ così secondo te?

Mi sembra che l’esperienza abitativa, o in altri termini la pratica dell’abitare, sia quasi sempre un esercizio di condivisione e che l’esercizio stesso della condivisione sia un aspetto congenito della pratica abitativa.
Questa affermazione credo valga nel caso di uno spazio privato o di uno pubblico, nel caso di un nucleo familiare, di un’organizzazione sociale o lavorativa o di un gruppo di persone che si trova casualmente o intenzionalmente ad abitare uno stesso spazio (in modo stanziale o itinerante).
L’esercizio della condivisione e la pratica dell’abitare sono appunto un esercizio, nel senso che rimandano a una dimensione di processo dove le regole d’uso degli spazi sono suscettibili di continue negoziazioni e aggiustamenti in relazione a come cambiano le esigenze delle persone che li abitano e in relazione agli stimoli che possono provenire dal contesto.

La pratica della condivisione di spazi richiede un allenamento?

Direi che la risposta dipende da tanti aspetti che riguardano le caratteristiche individuali e di un gruppo sociale, dall’intensità con cui si vive uno spazio e quindi da quanto siamo coinvolti nell’utilizzo di quello stesso spazio, dal modo con cui è stato realizzato e progettato, da chi ha il potere di definirne le regole di condivisione.
Suppongo che più ci si trovi nelle condizioni di co-costruire delle regole d’uso nuove – a fronte per esempio di eventi di causa maggiore o decisioni calate dall’alto (la pandemia da Covid e le regole di comportamento stabilite a livello centrale), o in occasione della nascita di un nuovo progetto abitativo collettivo che si pone al di fuori di modelli precostituiti – più sia necessario dell’allenamento nella pratica di condivisione, proprio perché siamo abituati ad utilizzare gli spazi secondo schemi comuni e modelli codificati. Quando si presentano queste condizioni ci troviamo di fronte a occasioni rare ma preziose di riavvicinamento tra chi abita uno spazio e il suo processo di costruzione (tra abitante e produttore), che può significare anche ricerca di una maggiore coerenza tra le forme abitative e le condizioni ambientali, le risorse locali, l’assetto produttivo, l’organizzazione sociale, i modi di vita e le diverse concezioni culturali.

Stare in uno spazio condiviso implica spesso la mancanza di uno spazio individuale.
Questa situazione potrebbe portare a benefici comuni? A quale costo?

Mi sembra che la risposta dipenda sostanzialmente dalle modalità con le quali si definiscono le regole d’uso dello spazio e della convivenza: se sono regole imposte o negoziate/negoziabili, se sono il frutto di un contratto o di una imposizione, se la convivenza è forzata o se è una scelta. Affinché la condivisione di uno spazio sia un’esperienza positiva per le persone che la praticano, dalla quale sia possibile trarre dei benefici anche in assenza di uno spazio individuale, mi sembra importante e imprescindibile che venga salvaguardata la possibilità di autodeterminazione da parte di ciascun componente di questa esperienza. La possibilità di autodeterminarsi dipende sostanzialmente dalle relazioni di potere che insistono tra le persone che abitano uno spazio (o tra le persone che lo abitano e quelle che lo gestiscono) e dalla capacità di definire delle regole condivise. In assenza di queste due dimensioni (autodeterminazione e condivisione delle regole) i benefici rischiano di trasformarsi in disagi.
I benefici della condivisione possono essere plurimi in relazione alle esigenze di ciascun gruppo e di ciascun individuo, e in relazione alla funzione attribuita allo spazio.
L’aspetto che mi preme sottolineare è l’opportunità che ci si dà, nella scelta di condividere di uno spazio e quindi le sue regole d’uso, di costruire mondi nuovi, di produrre valore sociale e culturale, di condividere saperi, risorse, problemi, di riconoscere le connessioni con il contesto (ambientale, sociale, storico e culturale), ma anche di produrre strategie e risposte a problemi individuali e collettivi.

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