Sul totale della popolazione tra i 15 e i 64 anni, solo il 40% degli italiani ha completato al più la scuola media. Il dato ci pone in vetta -se così si può dire- alla classifica europea, secondi solo a Malta. La quota di popolazione con titoli di livello terziario (università e formazione post-diploma) colloca invece l’Italia al penultimo posto in Europa (17,4% nel 2019), subito prima della Romania. Se si aggiunge il primato di popolazione più anziana in Europa, con un’età mediana di 46,7 anni contro una media UE27 di 43,7, forse si spiega -o almeno in parte- la modesta partecipazione degli adulti tra i 25 e i 64 anni alle attività di formazione. Le stime riferiscono infatti dell’8,1% (al 2019), posizionando l’Italia molto lontano dalle performance dei Paesi europei più “avanzati”.
Ovviamente occorre intendersi sulla parola formazione, sulle finalità e sui processi che essa sottende. Di fronte a un mondo del lavoro profondamente cambiato -anche sono negli ultimi 15 mesi- occorre ripensare, ridefinire i perimetri di quel che intendiamo con “formazione”, sia come esigenza del singolo sia dell’organizzazione, e più in generale della società. Anche il mondo della formazione per come lo abbiamo sempre inteso è cambiato, tanto che oggi si presentano sul mercato formule accattivanti “fai da te”, dove ciascuno può comperare partecipazione a lezioni virtuali, come in un ricco buffet, un tanto al chilo.
Amartya Sen e Martha Nussbaum ci permettono di guardare alla questione formazione da un altro punto di vista, attraverso l’uso di una parola differente: capacitazione. Ossia abilitazione delle capacità che ogni persona porta con sé, che spesso non sa di possedere e che il formatore attiva e, con un’azione maieutica, rende visibili.
La formazione sta dunque in una relazione dialogica, che richiede un tempo dedicato, da parte sia del formatore sia di chi si predispone all’apprendimento, il discente. Il formatore ascolta, osserva, affianca e monitora il processo di capacitazione; la persona in formazione, dal canto suo, riconosce in modo proattivo il contesto in cui il processo si colloca e anche le proprie abilità, quelle via via da consolidare per acquisirne di nuove, secondo un moto che prosegue nel tempo, ben oltre un singolo corso o uno specifico momento d’aula.
Culturalmente, come ben descrivono i dati sopra riportati, nel nostro Paese la formazione viene fatta combaciare con l’istruzione: il titolo di studio acquisito è quello che definisce il livello di formazione e concluso il ciclo scolastico si da spazio a un’eventuale formazione proposta dall’organizzazione in cui si entra e nulla di più.
Vengono così a evidenziarsi due carenze:
la prima è quella definita dal sistema erogativo per cui se una persona si trova al di fuori di un contesto lavorativo che propone formazione e che ha fatto della formazione permanente la propria cultura d’impresa, mai intercetta delle opportunità se non attivandosi personalmente (ma ciò che evidenziamo è una scarsa proattività della singola persona a individuare per sé stessa opportunità formative). Inoltre, tenuto conto che il numero di lavoratori a partita iva è crescente, questa carenza è ancor più evidente.
La seconda carenza riguarda, invece, l’idea stessa di formazione permanente, una formazione che non si limita all’accesso nel mondo del lavoro e/o in una nuova organizzazione ma che diventa opportunità lungo l’intero corso di vita, sia per capacitare le abilità necessarie sia per rispondere con efficacia alle trasformazioni che il contesto più ampio (quello sociale, culturale ed economico delle comunità in cui ci collochiamo) evidenzia.
È proprio a fronte di queste carenze macroscopiche che la Commissione Europea ha inserito la formazione permanente fra i principali obiettivi della programmazione 2021|2027 con l’intento di rafforzare le capacità delle lavoratrici e dei lavoratori all’interno dell’Unione, a partire da una competitività sostenibile fra i diversi Stati membri, dall’equità sociale e dalla resilienza rispetto alle turbolenze del mercato del lavoro.
Quello dal macro al micro sarà il necessario passaggio successivo. Un passaggio che investa la cultura delle imprese e dei singoli, non più chiamati -le une e gli altri- a burocratici passaggi ma a un reale investimento sulla qualità degli ambienti di lavoro, sui risultati professionali, sul benessere delle proprie vite.
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