Sandro Gorli è Direttore d’orchestra e compositore. Nel 1977 ha fondato l’orchestra da camera Divertimento Ensemble, che ancora oggi dirige, svolgendo un’intensa attività concertistica per la diffusione della musica contemporanea cui si è affiancata nel tempo un’altrettanta intensa attività formativa.
Nella musica il digitale è entrato con tempi e modalità -e “peso”- differenti. Un primo esempio: nella composizione già da molti anni esistono software che assistono il compositore. In questo caso, il digitale aiuta a organizzare i pensieri del compositore, semplificando di molto tutta una serie di operazioni che fatte manualmente richiedevano parecchio tempo. Ma direttamente nel processo creativo, il digitale ci è entrato molto prima ancora, quando ha reso possibile manipolare i suoni acustici e crearne di artificiali: da questo “nuovo mondo” è nata la musica elettronica.
Infine, il digitale è entrato anche nella distribuzione dell’opera: oggi la musica viene diffusa quasi esclusivamente attraverso piattaforme digitali, dematerializzate. Questo fatto, d’altra parte, ha innescato la nascita di nuove forme musicali, nuovi prodotti. Cose che prima non c’erano.
Complessivamente, quindi, non è un cambiamento da poco. È cambiato qualcosa nel profondo. I software per la cosiddetta “composizione assistita” cui ho appena accennato, modificano l’artigianalità del lavoro stesso. Da un lato, serve meno tempo per scrivere, e dall’altro si possono rapidamente vedere delle possibili varianti a ciò che si è appena scritto, tra cui poi scegliere. L’artigianalità del comporre -la mano che col suo tempo mette sulla carta le idee della mente, l’occhio che vede l’idea prender forma…- in questo modo si è ridotta, e questo tipo di artigianalità per secoli è stata una componente fondamentale della creazione artistica.
L’avvento del digitale ha modificato dunque il rapporto con la creatività. La possibilità di scegliere tra varianti prodotte da un software -che fa ascoltare al compositore forme diverse della sua stessa idea- cambia radicalmente il modo di comporre. Non so dire se questo riduca la creatività: so però che quel modo di produrre, che mi ha sostenuto per tanti anni, oggi non appartiene ai giovani. Può essere un vantaggio, ma mi viene il dubbio che tolga all’artista una sua dimensione di “chiusura”, ovvero di dialogo tra sé e sé, di ascolto, che io reputo favorevole alla creatività.
Detto questo, se la trasformazione digitale modifica l’uomo e modifica anche il prodotto -e favorisce inoltre un incremento della produzione- essa permette anche a un maggior numero di persone di avvicinare e scoprire una forma creativa della contemporaneità. Nel mio campo vuol dire facilitare la conoscenza dei compositori e delle loro opere, fare emergere talenti che avrebbero avuto poche chances di esprimersi e di farsi apprezzare. Rendere questo mondo più accessibile.
L’altro lato della medaglia è la confusione: c’è una produzione musicale enorme, e districarsi è complicato; sia per il pubblico, sia per chi, come me, organizza rassegne.
Forse un tempo approdavano alle esecuzioni con orchestre soltanto i più talentuosi; oggi arrivano al pubblico molti più compositori, e molta più musica. È normale che si incontrino anche prodotti di minore qualità.
Di questi aspetti abbiamo fatto esperienza diretta quando, sotto la spinta di questi due anni di chiusura forzata, abbiamo aperto la nostra web-tv: il risultato più appariscente è stato raggiungere un pubblico molto più vasto di quello che sedeva nella platea della nostra sala, a Milano.
La musica acustica ha bisogno di una dimensione “dal vivo”, ma non so ancora per quanto tempo. La produzione del suono elettronico aumenta, e quella acustica diminuisce. Ma esiste pur sempre la dimensione sociale dell’ascolto, perché quello vissuto in presenza e in condivisione con altri non è come l’ascolto individuale, in privato.
Il lockdown ci ha portato un’altra esperienza particolare: per noi suonare senza pubblico è stato difficilissimo. L’esperienza “dal vivo senza pubblico” ci ha messo in crisi: cambia il modo di suonare (anche se mi è difficile dire come). In concerto si suona per qualcuno che è lì presente, di cui si percepisce l’aspettativa, con cui si crea un magico contatto, un “respiro” condiviso, e inoltre si suona con l’idea di fare qualcosa che si esaurisce in quel momento, di produrre qualcosa di caduco. Invece la destinazione prolungata fuori dal tempo, ovvero la registrazione, ti mette in condizioni diverse. E naturalmente è tutt’altra cosa che registrare per un CD! La situazione è completamente diversa.
Ma tornando al comporre, esiste un confine che forse è invalicabile in tema di impatto del digitale nella musica. Mi spiego: i musicisti più legati alla tecnologia non sembrano aver bisogno di guardarsi indietro, ma solo di guardare al presente. Perché la tecnologia non guarda al passato. I compositori di oggi possono quindi non essere interessati alla generazione che li ha preceduti. Forse questa è una cosa un po’ pericolosa. Non lo dico in teoria, ma per come vedo e giudico i prodotti musicali di oggi.
C’è poi un ultimo aspetto, che investe anche la formazione, ma non solo. La digitalizzazione sta un po’ scardinando alcuni “punti fermi” tradizionali.
C’è tanta gente che scrive musica conoscendo soltanto i mezzi digitali che permettono di produrla: campionatori, software di editing e altro. Il digitale ha unificato ambiti che prima erano separati: composizione, produzione e anche distribuzione della musica.
Oggi le tre dimensioni si confondono, a volte non c’è quasi differenza tra atto compositivo, produzione del suono e distribuzione. La tecnologia tende a unificare, e in questo è molto innovativa perché così la creatività si espande in ogni ambito. È un fatto nuovo, ed è positivo. Può nascerne qualcosa che è difficile immaginare.
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