Lidia Ripamonti è ricercatrice associata all’Istituto Von Hügel, St Edmund’s College, Cambridge University dal 2014. Coordina le attività di ricerca in filosofia e etica e attualmente si occupa di un progetto che esplora la natura della conoscenza nel contesto della disabilità.
Chiedere aiuto è necessario alla sopravvivenza. Sin dalla nascita siamo immersi in un contesto di reciprocità e dipendenza. Ci è necessario per crescere, per supplire a tutti i nostri bisogni primari. E mentre cresciamo diventiamo parte di un mondo con strutture sociali, di un equilibrio di mutualità che permea ogni aspetto della nostra vita.
Essere indipendenti non significa essere soli ed è certamente molto diverso dall’essere autonomi. Questa falsa idea di indipendenza – e la sua sopravvalutazione – a volte genera problemi, anche perché in realtà nessuno è veramente indipendente.
Nonostante la parola Dipendenza abbia spesso una valenza negativa, esistono molte “dipendenze positive”: sociali, affettive, cognitive o culturali. La nostra vita ha bisogno di avere una serie di equilibri creati proprio da questo tipo di relazioni di reciprocità, fondamentali e arricchenti.
Le dipendenze creano legami laddove le interconnessioni e le interdipendenze generano risvolti necessari: le connessioni intime tra gli elementi della nostra vita, le persone che incontriamo, le cose che facciamo e i fatti che conosciamo si influenzano a vicenda e arricchiscono ciò che siamo. Storicamente è così da sempre. Vi sono state delle variazioni, ma il valore di queste relazioni non si è modificato. Oggi i cambiamenti derivano soprattutto dall’uso della tecnologia, attraverso la quale siamo sempre connessi, creiamo relazioni senza scambi corporei. È una situazione completamente nuova che il lockdown ha accelerato creando nuove esperienze – anche estremamente positive se pensiamo a persone con disabilità, soprattutto motoria ma in alcuni casi anche di tipo cognitivo, oppure scoperchiando situazioni di solitudine estrema.
Quando pensiamo all’indipendenza come una forma di autonomia, dobbiamo immaginarla come una condizione che ci permette di scegliere che tipo di esistenza vogliamo e che tipo di esistenza possiamo condurre. Potremo così usare queste interconnessioni, questi valori, la tecnologia e i nuovi modi di incontrare gli altri, in modo positivo. Dobbiamo interrogarci su che cosa abbiamo bisogno, e di chi. Sapremo allora chiedere aiuto passando attraverso uno sguardo consapevole su noi stessi, attraverso le mancanze che sappiamo di avere e riconoscendo gli spazi che dobbiamo riempire.
Ci sono contesti in cui questo tipo di consapevolezza è più o meno evidente. Ma la dipendenza esiste a priori: provenire da un ambiente piò o meno privilegiato non ci esclude dall’essere inseriti in una struttura sociale molto presente, in cui ciascuno di noi si espone, accoglie e viene accolto. Nessuna relazione è priva di rischi, ma se le relazioni che vogliamo creare si basano sulla collaborazione ci saranno sia il riconoscimento del bisogno che la volontà di offrire aiuto. Se non si accettano queste condizioni, la relazione fallisce.
Molti filosofi hanno indagato le strutture relazionali, che per loro natura nascono da interessi di tipo diverso. Michela Marzano* ha dedicato diversi suoi scritti al tema della fiducia, che considera elemento essenziale della relazione. È attraverso la fiducia che si accettano le condizioni della relazione e si ammette di avere bisogno dell’altro. Perché alzare la mano in sé non è tutto: se non si sta all’interno di una relazione, l’aiuto che si chiede potrebbe non arrivare mai o essere frainteso, diventando un atto fine a sé stesso. Se invece si sta in un contesto di reciprocità, l’aiuto viene offerto e spetta a chi lo riceve accettarlo, anche in modo incondizionato. Solo nel momento in cui lo si accoglie diventerà reale. Se vi è un fine alternativo, o se l’aiuto viene forzato, non ci saranno le basi per creare una struttura di relazione funzionante e quindi nemmeno gratitudine e accoglienza.
Carichiamo le nostre esistenze della necessità di essere indipendenti a tutti i costi, senza renderci conto che in realtà non è possibile. Pensando a contesti di assistenza, ogni volta in cui qualcuno è in una situazione di bisogno si cerca sempre di lavorare sulla sua capacità di renderlo indipendente senza renderci conto che in realtà la vera indipendenza non esiste. Le strutture di sostegno e di supporto educativo che si occupano di disabilità sono spesso focalizzate sul rendere i loro beneficiari indipendenti, sull’aiutarli a fare da soli. Cucinare o vestirsi è importante tanto quanto occuparsi della propria consapevolezza, dell’essere felici, dell’avere amici, dell’essere in grado di gestire situazioni sociali che non hanno necessariamente una finalità precisa. Per un giovane adulto con una disabilità intellettuale quante sono le occasioni di andare a mangiare una pizza con degli amici senza insegnanti/assistenti? Quanti progetti si occupano di amicizia o affettività? Dovremmo forse passare alla consapevolezza che nessuno è veramente indipendente, legando questa idea al tema della disabilità: molti di noi portano gli occhiali, hanno bisogno di mezzi pubblici per spostarsi, usano l’ascensore per salire ai piani alti o un computer per poter scrivere. Nel momento in cui ci spogliamo di tutti questi strumenti non siamo in grado di compiere le operazioni quotidiane che diamo per scontate.
Oggi esiste una diffusa consapevolezza rispetto al bisogno di aiuto, che si manifesta in segnali positivi di supporto e di assistenza, soprattutto all’interno dei contesti lavorativi in cui vengono proposte attività aggregative e di supporto. Si parla di temi che erano tabù, come depressione e burn out, affrontandoli in modo più aperto. Io credo sia una eredità del lockdown, durante il quale ci siamo trovati in una situazione condivisa in cui le fatiche e i fallimenti venivano mostrati in maniera più aperta – forse perché non c’era alternativa. Questo momento di crisi è stato per molti l’occasione per ripensare alla propria vita e alla propria carriera, per rivedere le priorità. La produttività è diventata secondaria rispetto allo stile del lavoro: se lavoro meglio produco meglio. Fare in modo che ognuno possa dare il meglio di sé sarebbe una grande vittoria, ma ha già permesso a molti di entrare in ruoli nuovi e sperimentare nuove forme di produttività e collaborazione. In fondo, come sempre, è dai momenti di crisi che scaturiscono i cambiamenti.
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*Michela Marzano ha scritto un ‘Elogio della dipendenza’ nel suo libro Avere Fiducia. Perché è necessario credere negli altri (Mondadori, 2014)
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Foto Ricardo Frantz @Unsplash