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Le domande collettive

Franca Maino è Professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano e Direttrice Scientifica di Percorsi di secondo welfare

Come si impara a domandare e a domandarsi per avere risposte efficaci?

Ci immaginiamo l’atto del domandare come qualcosa di naturale e spontaneo. Ma questo avviene solo se si riconosce il valore del porsi e del fare domande, altrimenti c’è il rischio che prevalga il timore, la paura di sbagliare. Per questo si dovrebbe dare sempre spazio al domandare, spazio per “allenarsi” a fare domande. C’è bisogno di un contesto che non teme la domanda e che sostenga chi chiede. Questo spazio dovrebbe essere associato al contesto educativo. Direi che bisogna imparare a fare domande sin da piccoli.

Di certo la possibilità di esprimersi nasce nel contesto familiare dove avviene anche il riconoscimento del fatto che fare domande sia possibile e importante. Ma le istituzioni educative giocano un ruolo fondamentale. Sulla base della mia esperienza in aula, posso dire di avere spesso a che fare con studenti e studentesse che non sono abituati a fare domande, che sono timorosi e che vanno continuamente pungolati affinché intervengano durante le lezioni.

Preparare bambini, bambine e giovani a fare domande è invece fondamentale, perché la domanda permette di problematizzare, di interrogarsi e quindi di guardare avanti. Attraverso le domande si alimenta una “tensione” verso il non conosciuto, il futuro, un’apertura al cambiamento: mi interrogo perché voglio capire e perché sento di poter dare, attraverso le mie domande, un contributo alla conoscenza e alla comprensione dei fenomeni. Problematizzare le situazioni, i contesti, le dinamiche offre un apporto che, partendo dalle domande, trasforma la realtà.

Come dicevo prima, per farlo è, tuttavia, necessario allenarsi: non esistono domande giuste o sbagliate. Dovremmo invece imparare a chiederci come si pongono le domande e come si collegano a ciò che conosciamo. Ciò che andrebbe evitato sono le domande banali, quelle che non alimentano una dinamica di crescita della conoscenza e di apprendimento reciproco.

Qual è il valore intrinseco delle domande in ambito professionale, nei luoghi di lavoro e nelle organizzazioni? Come le domande possono contribuire al processo di apprendimento?

Dalla mia esperienza di docente e ricercatrice ma anche pensando al mio ruolo di supervisor di tesisti e dottorandi, credo sia importante generare sempre situazioni che aiutino a sollevare domande, a trovare i nessi tra le domande e a mettere in relazioni le risposte a ciò che già conosciamo. Si tratta di un esercizio di accrescimento della conoscenza che favorisce anche quel processo di apprendimento reciproco che menzionavo prima. 
Inoltre, più si conosce più le domande vanno in profondità, al cuore dei problemi, e acquisiscono valore. Maggiore è la consapevolezza rispetto a certe tematiche, più le domande nasceranno con naturalezza e sapranno ampliare ciò che già è conosciuto. Ritengo inoltre che una distinzione importante sia tra domande che hanno come scopo la conoscenza e domande che entrano nel merito dei meccanismi e dei fattori esplicativi. Nel mio settore disciplinare, la scienza politica, è centrale l’approccio esplicativo: si parte da una base di conoscenza per chiedersi il perché e indagare i fattori che spiegano gli accadimenti, i fenomeni e i processi.
Credo quindi che nell’imparare a fare domande, l’accento debba essere posto sia sulla dimensione descrittiva sia sulla dimensione esplorativa utilizzando le domande come leva di conoscenza, di accrescimento e di apprendimento continuo.
C’è poi un valore sociale e relazionale nelle domande. Ciascuno di noi – individualmente – si pone domande e prova a cercare le risposte. Ma le domande sollevate in un contesto sociale e collettivo, quelle che includono anche la dimensione relazionale, vanno nella direzione di un apprendimento più profondo. Questa è una leva importante per arrivare alla crescita della conoscenza e al cambiamento. Ne è un esempio l’ambito della ricerca – anche quella accademica – che non si fa da soli, ma in gruppo e in contesti collaborativi. Le domande di alcuni aiutano a valorizzare quelle degli altri: è insieme che si riesce a scoprire qualcosa di nuovo, ad analizzare i fenomeni e i nessi tra i processi. Ci sono ovviamente le specificità di ogni settore disciplinare e si fa ancora tanta ricerca individuale. Ma in questi ultimi due decenni ho visto crescere e rafforzarsi dinamiche collaborative nel mondo della ricerca con ricadute molto positive.
I programmi di ricerca promossi e sostenuti dall’Unione europea hanno avuto un ruolo importante nel favorire approcci di ricerca di gruppo, interdisciplinari e multidisciplinari, con una forte contaminazione tra discipline, proprio a partire dalle domande di ricerca, partendo da ipotesi di ricerca per indagare le cause dei fenomeni e individuare nuove piste interpretative. Si tratta di un passaggio quasi epocale. Non mi riferisco solo alla messa a disposizione dei fondi europei, ma proprio alle raccomandazioni e alle linee guida da seguire, favorendo quella contaminazione e quel lavoro condiviso tra paesi, tra gruppi di ricerca e tra discipline che può fare la differenza per contribuire insieme a fornire risposte e soluzioni alle sfide del presente e del futuro.

A cosa è dovuta la resistenza al domandare? Alla mancata consapevolezza/conoscenza o al timore di sbagliare?

Credo che convivano entrambi questi elementi e che agiscano rafforzandosi a vicenda. Non si è pienamente consapevoli rispetto a quanto non conosciamo o a quanto margine c’è per apprendere ma c’è anche molta paura di sbagliare nel porre delle domande.
Il processo di apprendimento è solitamente stimolato dal docente ma può alimentare dinamiche di tipo gerarchico. Un approccio più orizzontale e paritario che dia voce alle domande di bambini e bambine e dei giovani potrebbe invece cambiare le cose. Ci sono segnali molto incoraggianti che mostrano come le nuove generazioni di insegnanti e operatori stanno mettendo in discussione modelli di apprendimento tradizionali e adottando strumenti e modelli attenti a promuovere e valorizzare il contributo dei discenti dando spazio alle loro domande e istanze.
C’è ancora molto da fare sul coltivare un contesto che favorisca nei giovani e nelle giovani la disponibilità a partecipare, a fare domande, e quindi il desiderio di conoscere di più, di approfondire, per rendersi conto che all’interno di un gruppo vi è la possibilità di rimettere in circolo nuove informazioni, nuova conoscenza. 
Oggi l’Università ha avviato una riflessione sull’importanza della didattica inclusiva e su nuove modalità di apprendimento partecipative. Ne sono testimone all’interno del mio Ateneo, ma direi che tutto il mondo universitario sta ripensando gli approcci didattici per erogare una didattica inclusiva.
E già si vedono i segnali del cambiamento in atto: la modalità di organizzazione dei cicli dei corsi di laurea, delle lezioni e degli insegnamenti unita all’utilizzo di strumenti digitali aiutano a favorire l’interazione, a superare alcune barriere e resistenze. Mi riferisco proprio a strumenti didattici nuovi e innovativi che utilizziamo e che spingono gli studenti, anche i più timorosi, a mettersi in gioco e a partecipare più attivamente ai momenti formativi. Siamo in una fase di grande cambiamento, di cui forse non abbiamo ancora piena contezza ma che sicuramente genererà trasformazioni profonde nei meccanismi di apprendimento delle nuove generazioni.

Vale la pena di fare – e ci sono – domande che non hanno risposta?

Esistono domande senza risposta nell’immediato. Vale sempre la pena porsi anche delle domande apparentemente senza risposta perché ogni domanda spinge a cercarne di nuove. Le domande senza risposta creano una tensione verso l’ignoto che è fondamentale in una logica sistemica e di cambiamento. Aiutano ad alzare lo sguardo, a non focalizzarsi solo sul presente, ad essere creativi. Alimentano una tensione verso la continua crescita di conoscenza.

La scienza politica pone un forte accento sulla comparazione, sul metodo comparato. Sia riferendosi alle domande conoscitive, sia a quelle esplicative, la comparazione ci viene in aiuto. Sono in grado di trovare delle esperienze, degli esempi, dei casi simili o diversi e di ragionare comparando? La comparazione è a mio avviso uno strumento potentissimo perché, ancora una volta, mette in relazione con l’altro. Ci spinge a cercare altrove, che si tratti di un altro paese, tempo o contesto. Ci aiuta a non fare domande banali. Io credo che la prospettiva comparata possa essere davvero una leva di apprendimento.

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Foto James Wainscoat @Unsplash

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