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Le imprese recuperate in Italia

Dalla crisi economico-finanziaria a oggi si sono moltiplicate le esperienze di imprese recuperate dai lavoratori, designati anche con l’acronimo inglese “W.B.O.” (Workers Buyout).

Si tratta di aziende (o singoli rami di produzione) rilevate dai lavoratori sotto forma cooperativistica per evitare il fallimento o risolvere problematiche connesse al passaggio intergenerazionale della precedente proprietà.

Oggi si calcola siano oltre cento quelle attive in Italia.
Lavorano soprattutto nel settore manifatturiero, coinvolgono direttamente 8mila lavoratori, che diventano circa 15mila se si considera l’indotto, per un fatturato superiore a 200 milioni di euro l’anno.

“Il fenomeno dei workers’ buyout in Italia è una realtà che, pur contenuta nei numeri, presenta un alto valore sociale e culturale” spiegano Salvatore Monni, Giulia Novelli, Laura Pera e Alessio Realini nel libro Workers’ buyout: l’esperienza italiana, “garantendo il posto di lavoro a migliaia di italiani nonché la sopravvivenza di una parte della produzione industriale del nostro paese. […]
Negli ultimi anni, secondo le stime fornite da CFI, si è perso solo il 5% del valore della produzione, il 7% del capitale investito e il 7% dei posti di lavoro rispetto al totale dei WBO approvati.

È un processo lungo in cui i lavoratori si riscoprono imprenditori di se stessi e allo stesso modo i principali finanziatori non si limitano a svolgere passivamente il loro compito, ma sempre più spesso si travestono da tutor per accompagnare le nuove cooperative fuori dalla tempesta”.


Si può dunque parlare non solo di una trasformazione della forma d’impresa ma anche, e soprattutto, di un mutamento sociale e culturale degli attori coinvolti che, nonostante tempi difficili, decidono di impadronirsi del proprio futuro.

Photo by Getty on Canva

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