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Piattaforme non democratiche

Ivana Pais è professoressa di Sociologia Economica presso l’Università Cattolica di Milano.
Si occupa di mercati del lavoro, organizzazioni e imprenditorialità. In particolare, indaga nuovi modi di lavorare attraverso i social media: crowdfunding, crowdsourcing, coworking, sharing, bartering e making.

Le piattaforme on line di lavoro permettono di far incontrare velocemente domanda e offerte di lavori, più che di lavoro: di solito pensiamo ai rider che portano il cibo e vengono pagati a consegna, o agli autisti di Uber, ma esistono piattaforme per ogni professione, dagli avvocati agli addetti alle pulizie. Chi utilizza questi servizi non ha un vero e proprio datore di lavoro, né entra a far parte di un’organizzazione.
Tuttavia le piattaforme condizionano, e pesantemente, l’esperienza lavorativa dei singoli -molti dei quali non conoscono altro tipo di “mercato del lavoro”- e finora hanno dimostrato scarsa attitudine all’equità, alla trasparenza e alla partecipazione.
Insomma, non sono affatto democratiche.

Si può parlare di democrazia nei posti di lavoro, in un contesto indipendente e “liquido” come quello che passa dalle piattaforme on line?

“Consentono l’incontro tra domanda e offerta, ma le piattaforme si tengono gran parte del transato.
C’è una grande retorica della ‘disintermediazione’ ma in realtà le piattaforme hanno regole molto stringenti, ad esempio sulla reputazione dei lavoratori che mettono si mettono a disposizione.
Per questo uno dei temi che si sta ponendo con forza è proprio la governance di queste piattaforme: quali regole darsi, come gestire un’equa redistribuzione del valore generato dalla piattaforma.
Un dibattito che, più esteso, esiste in realtà da anni, e che ha dato vita anche al cosiddetto platform cooperativism, le piattaforme di tipo cooperativo (un tentativo è stato fatto addirittura per social network come Facebook ad esempio).

Purtroppo tutti i tentativi di creare piattaforme più ‘democratiche’ hanno incontrate grandi difficoltà di implementazione, perché il modello di business tipico si basa su grossi finanziamenti di venture capital che servono a raggiungere il monopolio, e solo a quelle condizioni avere successo e produrre marginalità. Se si ragiona al di fuori di questa dinamica è difficile stare sul mercato e sopravvivere”.

Un fenomeno non molto conosciuto, anche se si parla di milioni di persone coinvolte.  

“Di solito si tratta del secondo, o terzo, o quarto  lavoro.
Quindi si fa fatica a dire dei numeri, a quantificare: ci sono difficoltà tecniche serie e ovviamente le piattaforme non sono trasparenti sugli iscritti. Si parla spesso di ‘slash workers’ (un lavoro/un altro lavoro/un altro lavoro) e le statistiche, specie in Italia, difficilmente li rilevano. Negli USA l’istituto nazionale di statistica ha ammesso di non avere dati attendibili per misurare il fenomeno.

La mia percezione -che è di tipo qualitativo, frutto delle numerose interviste che conduciamo in Università- è che il fenomeno sia in fortissima crescita. E la casistica è molto varia: si va dal lavoratore dipendente a tempo indeterminato che è deluso dalla propria occupazione, che mantiene solo per garantirsi reddito e protezione sociale mentre conduce una seconda attività che lo gratifica professionalmente, fino a chi mette insieme più attività per arrivare alla fine del mese.
Il commesso al supermercato che poi inforca la bici e fa il rider per consegnare cibo. Poi c’è tutto tutto il mondo dei free lance qualificati, ma che non hanno abbastanza commesse dai clienti direttamente, e se le cercano on line. Infine, ci sono quelli che diversificano i loro lavori: fanno due attività per capire come va e poi magari decidere.
Anche se ho intervistato persone che conducono questa doppia vita professionale anche da 20 anni. Penso alla giovane che inizia a fare la commessa mentre studia lingue all’università e spera di mantenersi con traduzioni professionali, e a 50 anni fa ancora la commessa e la traduttrice insieme, per garantirsi un reddito adeguato.

Il mondo culturale poi è molto presente: ballerini, musicisti etc, che non riescono a mantenersi con la loro professione.

Per tutte queste attività le piattaforme permettono di trovare facilmente lavori, e ci sono anche storie interessanti, come la dirigente di una multinazionale, per passione cuoca a domicilio nei fine settimana, che quando la sua azienda va in crisi si butta sul secondo lavoro, e ne fa una professione sufficientemente redditizia.

Le piattaforme sono molto comode, ma, ancor auna volta, non sono trasparenti rispetto ai numeri. E soprattutto, non sono democratici e i loro competitor più “etici” non riescono a stare sul mercato”.

Photo by Getty on Canva

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