Se la Sharing Economy non basta

Eugenia Montagnini è socia e fondatrice di Excursus +, dove lavora come consulente presso differenti realtà, diffuse sul territorio nazionale e afferenti al mondo del profit e del non profit. È docente del corso di Società, differenze e disuguaglianze all’Università Cattolica di Milano.

Da mesi mi capita spesso di passare di fronte all’officina chiusa del ciclista e di pensare con rammarico che non ha ceduto a nessuno la sua attività, pur essendoci dei giovani interessati ma squattrinati, e che ha lasciato il paese sprovvisto di quel servizio utile per la popolazione (peraltro motivata sempre più, negli ultimi anni, ad andare in bicicletta).

Sono tante le serrande che si chiudono per non riaprirsi più e non a causa del costo del lavoro, della crisi post covid e di quella energetica. Il fenomeno a volte ha altre motivazioni e arriva da prima.

Il rammarico è accompagnato dalla riflessione che il sapere di quel ciclista (così come di tanti artigiani e di imprenditori e liberi professionisti) si è disperso, non si è trasformato in opportunità di lavoro, di crescita, di condivisione per altre persone che avrebbero potuto, grazie a lui, non solo imparare un mestiere, avere una fonte di reddito, ma anche rispondere al bisogno vero di un contesto.

I saperi perduti, peraltro, non sono legati unicamente ai cambiamenti di cui le dinamiche di domanda e offerta di prodotti e servizi sono portatrici ma anche alla mancata condivisione degli apprendimenti che ciascuna professione propiziamente porta con sé. È un po’ quello che accade quando una persona esce da un’organizzazione senza che la sua fuoriuscita sia stata preceduta da un efficace passaggio di consegne: si crea un vuoto di competenze.

Quel vuoto mi ricorda come spesso le pratiche di condivisione siano unicamente un dividere insieme con altri degli strumenti, proprio come quando utilizzo il servizio di bike sharing: uso una bicicletta che anche altri utilizzano senza però particolari interazioni con chi eroga il servizio e con gli altri utenti. È quella che considero l’occasione persa della sharing economy: la condivisione di strumenti e servizi ma non di saperi e di esperienze.

Nel Capability Approach, secondo quanto ci indicano Amartya Sen e Martha Nussbaum, la condivisione è in primis condivisione di saperi, a fronte degli interessi e dei bisogni specifici di ciascuna persona, sempre in un’ottica comunitaria e organizzativa; il fine è il benessere di ciascuno, la sua crescita ma anche la crescita del gruppo a cui appartiene, in cui si riconosce. La condivisione è proprio un ri-conoscere: un conoscere insieme a chi lavora con me che i miei saperi non sono tali se non sono condivisi (perché solo così possono essere confermati e consolidati); che quanto gli altri sanno diventa un bene che esponenzialmente cresce nel momento in cui diventa sapere di tutti e di ciascuno.
In contesti nei quali spesso manca la condivisione degli strumenti, la condivisione dei saperi non è neppure considerata. Spesso assistiamo a un trionfo di personalismi, che altro non è che un forte bisogno di essere riconosciuti, e di saperi fragili.

Credo che condividere sia un approccio strutturale delle organizzazioni, non può essere affidato alla benevolenza dei collaboratori. Lo scarto fra la cultura organizzativa della condivisione e tutte le altre sta nel rispondere alla paura di perdere/perdersi con la generosità del dare/darsi; non perché si è buoni ma perché la crescita personale e organizzativa (anche quella economica) passa dal condividere. E per essere approccio strutturale deve essere definito a priori, deve prevedere luoghi e momenti di condivisione, pratiche e non solo strumenti.

È proprio di questo che John Ironmonger racconta in La balena alla fine del mondo: Joe (analista finanziario), la balena (che lo salva quando lui decide di farla finita buttandosi in mare) e St Piran (il paese che ospita entrambi) si salvano e tornano a vivere proprio quando sembra essere arrivata la fine del mondo. Condividendo la speranza e la quotidianità, avviano un progetto e a cui ciascuno generosamente offre il suo contributo, in virtù di quei saperi che, se custoditi egoisticamente, avrebbero portato Ironmonger a concludere diversamente il suo romanzo.

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