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Un palco di inclusione e scoperta. Quando il Teatro abbatte le resistenze

Ivana Trettel è fondatrice, regista e drammaturga di Opera Liquida, compagnia teatrale della Casa di Reclusione Milano Opera.

Che tipo di resistenze incontri nel tuo lavoro e quali strategie mettete in atto per superarle?

Il mio lavoro è cambiato negli anni rispetto a molti ambiti, così come è cambiato il luogo che ci contiene.
Inizialmente questo progetto sembrava pura follia ma la Casa di reclusione – molto rigida prima del commissariamento dell’Unione europea – è sempre stata disponibile all’attività. Si tratta di un’istituzione che vige su regole completamente diverse da quelle teatrali, un mondo a sé stante.
Il teatro si nutre di aneliti di libertà, dove le regole vengono applicate perché diversamente l’impianto non funziona. Una situazione molto diversa rispetto a quella dello stare in un carcere. Un astruso connubio.

Credo che la continuità porti a sviluppi e risultati. E’ quello che questi 15 anni mi hanno raccontato.
In questo senso Opera liquida è stata molto resistente. Per molti anni c’è stata un’enorme discontinuità da un punto di vista dei finanziamenti. è un problema tutto italiano e riguarda evidentemente qualunque attività. Tutto ciò ha fatto sì che i livelli di serenità della nostra organizzazione fossero a volte più bassi e abbiamo dovuto resistere, io insieme ai miei collaboratori.

Molti anni fa facevo incontri con fundraiser che mi dicevano di cambiare target: “i detenuti non interessano a nessuno”. Ma io volevo lavorare lì. Il nostro target è un tema piuttosto ostico, sotto molti punti di vista. Io penso sinceramente che le associazioni e gli operatori non possano cambiare i loro obiettivi a seconda di dove i finanziatori puntano l’interesse. Questa situazione un po’ disarma, perché il lavoro che viene svolto nel non profit sta in piedi sulla base delle proprie passioni. Così se cancelli un progetto perché quest’anno i finanziatori si sono interessati a una tema piuttosto che a un altro, è devastante per il progetto e svalutante per il tuo lavoro. Ad oggi però la situazione è molto migliorata ed è cresciuta l’attenzione verso il carcere. Finalmente, spero, sembra sia in atto una presa di coscienza. Nonostante si sia molto lontani da una meta di civiltà. I suicidi, purtroppo sono un indicatore terrificante.

All’interno del carcere, che tipo di resistenze incontri e hai incontrato?

Dal primo giorno in cui sono arrivata in carcere ho sempre avuto la pretesa di fare spettacoli teatrali che avessero una loro dignità artistica. Questo per molte ragioni, ma la prima è data da un impulso mio personale. Non ho mai avuto la pretesa di cambiare vite, di trasformare percorsi – anche se ci sono persone che fanno un uso straordinario del lavoro che facciamo insieme; altre ne fanno un uso medio; altre ancora non ne fanno uso. Ho visto straordinari cambiamenti, persone fiorire come orchidee, strade avviate. Ormai è assodato che il teatro abbia tutto questo potere. Sono stati fatti studi in proposito e vi sono diverse pubblicazioni a sostegno. Ma noi mettiamo a disposizione degli strumenti, le persone ne fanno ciò che vogliono.

Io sono lì soprattutto perché a 25 anni ho fatto un’esperienza a San Vittore e ho compreso che in quella situazione il teatro assumeva una potenza inaudita. E mi riferisco anche al livello più squisitamente comunicativo, artistico.

Ho sempre voluto fare spettacoli teatrali dignitosi, potenti, perché questo ha molto a che vedere con le persone. Sono fermamente convinta che negli ambiti di fragilità la qualità delle proposte deve essere molto alta. Il rischio, altrimenti, è quello di mortificare le persone, di sovraesporle.
Siamo un gruppo di detenuti di una compagnia teatrale; sappiamo che a volte le persone vengono a “vedere” i criminali, però poi se ne vanno pieni delle emozioni a cui le abbiamo sottoposte, che abbiamo deciso di incidere. Devono uscire avendo visto un bello spettacolo; devono aver compito un viaggio con noi. Solo così si può spostare il pubblico. Se lo spettacolo è mediocre, si attua un meccanismo di distanziamento da parte dello spettatore, si sente diverso da chi sta sul palco, non si crea nessun tipo di impatto empatico. Ma se propongo uno spettacolo in cui riesco a trasmettere attraverso l’arte (di attori, musiche, luci, scenografie, costumi) delle emozioni, la reazione che susciterò sarà il transfer. La sottile soddisfazione di sentire il pubblico dire: io non me l’aspettavo dai detenuti. Così si può anche scardinare il pregiudizio, perché a volte non ci si immagina che siano persone in grado di fare qualcosa di bello e potente. Nel disattendere l’aspettativa si insinua il dubbio. Sono convinta che questo sia il seme dell’inclusione. È l’inizio di un pensiero altro, non mortificato da cliché. E questo vale per tutti gli astanti – attori, maestranze tecniche e pubblico – là dove il rito si compie.

Nel 2012 dopo uno spettacolo al Carroponte – anche io in scena e con circa 1.200 persone ad assistere – mio figlio, che avevo portato con me e che allora aveva  8 anni, mi disse: “I detenuti fanno paura, i tuoi no. In questa riflessione di un bambino c’è una verità: abbiamo paura di ciò che non conosciamo, ma possiamo abbattere queste barriere.

 

Non trovate mai resistenze con le persone con cui lavorate, con i detenuti?

Parto da questa condivisione: è stato durissimo riprendere dopo le feste. Il Natale in carcere è durissimo, dilata tutto. Tutto si ferma. Una strana e cupa atmosfera lo avvolge. E’ complesso ricostruire le vicinanze, la bolla. C’è bisogno di tempo.
C’è un ragazzino con cui sto lavorando che ha solo 19 anni e si trova in un carcere di adulti, essendo ancora molto giovane; fa spesso scherzi, è alla ricerca di una sua dimensione. L’ultima volta ha fatto un dispetto a un suo compagno durante il laboratorio, proprio mentre stavamo lavorando con un esercizio sulla fiducia. Io gli ho gli ho detto che capivo la sua voglia di giocare, ma che il suo stare in una galera di adulti non permetteva azioni di questo tipo. Qui, in teatro, ci si diverte tanto, ma si deve stare dentro alle regole del teatro, perché se no si inficia il lavoro di tutti. Il teatro è una bellissima palestra, perché se non applichi le regole non funziona. Ti permette di vedere le regole come qualcosa di utile per la convivenza. 
Oggi abbiamo fatto sei ore di laboratorio e questo giovane ragazzo era finalmente concentrato; gliel’ho detto e lui ha capito, perché lavorando si era emozionato. Il volto si distende. Si apre un sorriso. Che è una breccia. Una possibilità.

Rispetto al carcere il teatro è davvero una bolla. Il nostro stare insieme, l’ascoltare musica, saltare, giocare, studiare, parlare dei problemi è una risorsa. Nonostante si perda sempre qualcuno per strada – perché viene trasferito, spostato ecc.- altri restano nel tempo. La compagnia poi è mista, formata anche da 3 attori ex detenuti, che lavorano con me da 10 anni almeno.

Il carcere fa resistenza?

No, sebbene per loro siamo impegnativi. Teniamo circa 400 ore di formazione professionale all’anno, 4 laboratori di formazione professionale per attori, costumisti, scenografi, tecnici audio luci, ci sono materiali (seghe, forbici, attrezzi etc.) che fanno avanti e indietro. Nel tempo ci hanno assegnato una piccola costumeria e grazie ai fondi del progetto “Per Aspera ad Astra – come riconfigurare il carcere attraverso cultura e bellezza” sostenuto da Acri, 11 Fondazioni di origine bancaria, per noi Fondazione Cariplo, abbiamo fatto molti interventi di miglioramento.

Però dopo la pandemia è cambiata la popolazione detenuta. Ci sono molti detenuti con pene medio basse. e questo ha creato scompenso nella vita del carcere. Perché le persone che hanno 10 anni da passare in detenzione hanno un assetto diverso, costruiscono prospettive rispetto agli studi e al tempo da impiegare durante la loro reclusione. Se hanno quattro anni investono evidentemente meno.

Come riuscite a comunicare all’esterno il lavoro che svolgete e l’attenzione e la cura che mettete nella realizzazione dei vostri spettacoli?

La comunicazione con l’esterno è fondamentale. La collega Nicoletta Prevost si occupa dell’ufficio stampa e vi mette molta cura, soprattutto nella promozione di eventi speciali, repliche o novità in corso. Abbiamo sempre cercato di fare una narrazione che vada a fondo, che apra una finestra su cosa facciamo. Abbiamo costruito nel tempo una fiducia con la Casa di reclusione per cui possiamo fotografare e riprendere il laboratorio.
Penso che una comunicazione sincera, anche attraverso canali standard come il nostro sito o i canali social, sia utile alle persone per comprendere cosa accade lì dentro.

>  Per conoscere la programmazione di Opera Liquida, i progetti per le scuole, per ospitare gli spettacoli e approfondi: https://www.operaliquida.org/

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Foto Greg Rosenke @Unsplash

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