Chaim Potok ci ha lasciato 20 anni fa. Dopo essere stato ordinato rabbino, aveva servito come cappellano militare durante la guerra di Corea, e per molti anni era stato il redattore capo della Jewish Publication Society of America.
È stato un grande scrittore: Danny l’eletto (1967) è forse il suo libro più celebre, la storia di due ragazzi, Reuven e Danny, entrambi ebrei della Brooklyn degli anni della Seconda Guerra Mondiale, che appartengono a due diverse comunità religiose.
Ma c’è un altro libro, un altro eroe cui i lettori di Potok sono particolarmente affezionati: è Asher Lev, un bambino ebreo sempre di Brooklyn, che ha la pittura nel sangue. Tutto nelle sue mani diventa disegno, immagine, colore. Ma in una cultura come quella ebraica, tradizionalmente ostile alla rappresentazione figurativa e che associa la pittura alla tradizione cristiana, la vocazione di Asher è destinata a creare conflitti e rotture. Potok ha dedicato due libri ad Asher: il primo è Il mio nome è Asher Lev (1972), mentre il secondo, Il dono di Asher Lev (1990) è il racconto -a 20 dal primo- di Asher ormai pittore di fama internazionale che deve fronteggiare lo sdegno e l’animosità che le sue opere suscitano nel suo ambiente d’origine e le difficoltà che causano alla sua famiglia. Si ritroverà al centro del conflitto tra la cultura in cui è nato e la cultura che ha forgiato per se stesso e che vent’anni prima l’aveva spinto all’esilio. Il suo dono è innegabilmente il talento pittorico che gli è stato dato, e che ha coltivato nonostante tutto. Ma c’è un altro dono, finale, che risolverà e darà senso al suo percorso.
Foto di Anna Tarazevich da Pexels