Martina Gerosa è architetto urbanista ed esperta di comunicazione e disability & accessibility management. È co-formatrice in molteplici contesti e co-progettista di eventi e iniziative, esperta di Arte di ascoltare e di ComunicAbilità. Collabora con gruppi, enti, scuole, aziende e istituzioni non profit tra cui la Fondazione Pio Istituto dei Sordi.
Le parole che utilizziamo hanno una grande importanza.
Suscitano nell’altro delle idee e dei preconcetti.
Per questo non mi presento mai come una persona sorda. Questo indurrebbe il mio ascoltatore a farsi un’idea lontana da ciò che sono. Inoltre, dirmi sorda non è corretto, perché alla sordità si associa il fatto di non udire. Io invece sono dentro al mondo dei suoni, grazie ad apparecchi acustici. Odo i suoni in modo diverso ma in fondo, se approfondissimo, sapremmo che ciascuno di noi sente diversamente rispetto agli altri. Così come abbiamo tutti modi diversi di ascoltare e relazionarci. Mi definisco allora ipoudente, con un deficit uditivo. Mi sento parte del variegato universo della sordità di cui ho scritto nel libro A basso volume pubblicato nella primavera 2023 dalle edizioni la meridiana.
Io sono Martina Gerosa. Quando mi presento dico il mio nome e cognome. Poi, a seconda del contesto mi introduco come professionista o come cittadina, come membro di una comunità, piuttosto che come parte di una società pluralista e cosmopolita. Sono tante cose diverse, con caratteristiche particolari che derivano dalla mia storia. Ad esempio, l’avere una madre tedesca è una risposta che spesso mi capita di dare a chi mi domanda il motivo del mio avere una voce particolare, che si rende riconoscibile tra tante voci diverse.
Le parole aiutano ad affrontare i preconcetti. Sono radicati nella nostra società e mi ritrovo spesso ad averci a che fare nel mio lavoro, dove mi occupo di progetti collegati all’universo delle disabilità. La disabilità è a tutti gli effetti una parola percepita ed elaborata diversamente a seconda della formazione, della preparazione e della sensibilità di ogni persona. Nonostante vi sia in atto un cambiamento sociale e culturale, mi accorgo che i nostri sistemi e le nostre politiche sono ancora fermi all’idea che porti con sé un limite, o una “sfiga” – citando Claudio Imprudente che la sua condizione di disabilità l’ha trasformata in una “sfida”. Difficilmente il sistema riesce a concepire il valore e le risorse che invece le diverse abilità possono generare quando poste in contesti favorevoli e facilitanti. Fabrizio Acanfora ha introdotto il concetto di ‘convivenza delle differenze’, locuzione che preferisco alla parola inclusione – tanto di moda in questo periodo e che, proprio per questo, rischia di svuotarsi di significato. Ma dobbiamo stare dentro la complessità e renderci conto che non possiamo escludere termini ancora utilizzati perché già obsoleti, anche se a volte sono una zavorra che dobbiamo trascinare. La necessità di adottare termini differenti ci aiuta però a definirci e a definire nel migliore dei modi il mondo che abbiamo, ma anche che desideriamo. Le parole possono promuovere cambiamenti possibili e desiderabili.
Le parole che si ascoltano e che si apprendono mettendoci in relazione all’altro sono uno strumento potente. Comunicare è condividere ed è necessario verificare che la comprensione sia reciproca e avvenga in una condizione di mutuo ascolto.
Mi capita spesso quando accompagno persone con fragilità nei loro percorsi di ricerca di autonomia, di svolgere un vero e proprio lavoro di mediazione e traduzione, di facilitazione e costruzione di una relazione, ma anche di accompagnamento. Essere portatrice di un sapere che passa attraverso la mia esperienza personale fa si che io riesca a godere di una comprensione più profonda di chi vive una situazione simile alla mia. Ma il mio sapere è passato anche attraverso la conoscenza delle esperienze vissute da altri. Per questo credo molto nel valore delle comunità di pratica, dove convivono persone diverse che fanno i conti gli stessi problemi. Si tratta di situazioni simili ai gruppi di mutuo aiuto, in cui le parole hanno un ruolo importante solo se accompagnate all’empatia, al coinvolgimento e alla comunicazione che va oltre le parole stesse.
È necessario avere consapevolezza del fatto che le parole non riescono sempre a dire tutto, ma che occorre essere comunicatori anche senza di esse. Il corpo e le immagini sono strumenti ugualmente validi. Io stessa, che non ho parlato quasi fino ai 4 anni, ero comunicativa perché comprendevo al di là del fatto di udire. Il mondo passava attraverso le immagini e grazie agli altri sensi avevo sviluppato la mia conoscenza. A seconda di come cresciamo i nostri sensi hanno pesi differenti, e con essi le parole.
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Foto Fabio Bracht @Unsplash