Antonio Guaita è direttore della Fondazione Golgi Cenci che si occupa di studi e ricerche sull’invecchiamento cerebrale e la demenza, dal punto di vista biologico, psicologico e sociale. Fa parte del Network Non Autosufficienza, membro del direttivo nazionale della Associazione Italiana di Psicogeriatria e della Gerontological Society of America. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative sul tema degli anziani non autosufficienti e con demenza.
Quale ruolo ricopre la leggerezza nella ricerca scientifica?
La ricerca, anche quella scientifica, nasce da una emozione, dalla curiosità unita alla volontà di mettere le ipotesi alla prova dei fatti.
La ricerca nasce “leggera” naturalmente, perché è distacco dalla visione corrente, si allontana dall’ovvio e percorre strade sconosciute. Non solo, ma lo fa seguendo regole dichiarate, che tutti possano verificare. Questo ha due conseguenze “leggere”: le conclusioni di una ricerca sono per definizione confutabili, non eterne e immutabili. Il dogmatismo è a negazione della scienza. Su questo ha scritto pagine chiarissime Karl Popper ne “La logica della scoperta scientifica”.
Il secondo punto che definisce la “leggerezza” della ricerca scientifica è quella che potremmo definire la capacità di mantenere un punto di vista più generale, di saper stare sopra allo specialismo esasperato cui si sarebbe tentati, o anche solo affidarsi ad un razionalismo integralista che non riconosca legittimità ad altre tradizioni culturali. Ne parla diffusamente un altro filosofo epistemologo, Paul K. Feyerabend (in “Dialogo sul metodo”) mettendoci in guardia da questo, conclude che “gli esperti sono pieni di pregiudizi”.
La ricerca è e deve essere leggera, e temere più l’inutile e pesante affollamento delle informazioni che non la precarietà delle sue scoperte. Come dice Renè Thom, Il nemico del vero non è il falso, ma l’insignificante.
Rispetto al nostro cervello, quale funzione si avvicina maggiormente all’idea di leggerezza?
Il nostro cervello è una organizzazione che si auto-organizza in funzione dell’esperienza. L’esperienza è multidimensionale, fatta di sensazioni, azioni, emozioni e costruzione di astrazioni sempre più complesse, soprattutto attraverso il linguaggio. Non è quindi tutto volontà e razionalità, e bisogna temere non solo il sonno della ragione ma anche una ragione che non dorme mai.
Più concretamente, la leggerezza la si può vedere nella capacità che ha il cervello di spogliarsi di sé stesso per funzionare meglio. Infatti il cervello tende a costruire al suo interno relazioni più efficienti coinvolgendo progressivamente il minor numero di aree e di vie nervose (ad esempio la parte di cervello che deve impegnare un suonatore di violino neofita è enormemente maggiore di quella che usa il cervello di Anne Sophie Mutter per suonare lo stesso brano). Ma il principio di “alleggerimento” viene applicato costantemente anche nella parte biologico-cellulare. Vi è cioè quella che in inglese viene definita pruning – potatura. Prima di nascere il nostro cervello contiene almeno il doppio delle cellule presenti a trent’anni. Infatti, il metodo che adotta questo organo è quello di eliminare le ridondanze, guidato dai processi di attività e di apprendimento che dalla nascita in poi ci caratterizzano. Quindi una costruzione per eliminazione.
Come risponde il nostro cervello, e dunque tutta la nostra persona, a “stimoli leggeri”?
Riferendosi agli stimoli che hanno una risposta emotiva, è indubbio che il nostro cervello opera meglio quando l’emotività è controllata e accettata senza stress. E’ vero che il cervello apprende e ricorda i fatti che ci emozionano, ma è altrettanto vero che le emozioni negative, lo stress -specie se prolungato- hanno un effetto deleterio, non solo sull’umore ma anche sulle funzioni cognitive. Infatti le aree cerebrali della memoria episodica legata all’apprendimento (cioè la memoria dei fatti che ci accadono) è posta nel lobo temporale mediale, verso l’interno dell’emisfero, che è parte del sistema limbico legato alle emozioni. Ma gli esperimenti hanno dimostrato che un eccesso di stress può provocare danni strutturali a queste aree, che in effetti sono molto sensibili agli ormoni dello stress come il cortisolo. Questo spiega anche perché stati d’animo negativi come la depressione siano fattori di rischio per la demenza di Alzheimer. Si può aggiungere che l’animo lieto è un elemento importante di contro rischio e di protezione per il buon invecchiamento del cervello. È noto ad esempio che l’attività fisica moderata protegge e favorisce le funzioni cerebrali. In un esperimento con i topolini si è visto che questo è vero anche per loro, per cui i topi attivi invecchiano meglio dei sedentari. Ma se inseriamo un blocco delle sensazioni piacevoli, bloccando le endorfine, questa protezione svanisce. Allo stesso modo le attività sono un fattore di protezione se svolte in modo piacevole, ad esempio nel tempo libero e per noi stessi per piacere e divertimento. Mentre spese energetiche pari ma poco piacevoli (ad es lavori non gratificanti) non lo sono o lo sono molto meno.
Cos’è per voi la leggerezza?
Il nostro è un lavoro molto particolare che ci rende scandalosamente fortunati. Ma ha anche risvolti negativi cui solo un allenamento al distacco e alla sdrammatizzazione possono porre rimedio: ad esempio la competitività può diventare una pessima consigliera invece che uno stimolo utile, se vissuta in modo troppo intenso e partecipato. Certamente da questo punto di vista il mondo attuale non ti aiuta e la necessità di pubblicare e di rispettare le scadenze, sono diventate una specie di tortura dei nostri tempi. Tutto avviene in tempi definiti e spesso troppo stretti, il sogno di “leggerezza” a cui personalmente vorrei approdare è composto da due elementi: fare una cosa alla volta e avere tempo anche per non fare nulla.
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Foto Priyanka Singh @Unsplash