Gino Mazzoli è consulente strategico dei servizi di Welfare
In trent’anni di attività ho visto molti cambiamenti dei contesti formativi. La domanda tradizionale del corso di formazione lungo con tanti utenti tende a diminuire. La società va di fretta. Si chiedono soluzioni rapide.
Esistono ancora ovviamente i contesti dove c’è un obbligo formativo (scuola, sanità, sociale, …), ma in quel caso, sono scarse le ricadute sull’organizzazione, perché l’oggetto non è il cambiamento, ma una certificazione.
Avendo la fortuna di poter scegliere dove lavorare rifuggo tendenzialmente quest’ultimo tipo di contesti e cerco di privilegiare una formazione che sia riflessione dentro l’azione, perché mi interessa che l’attività formativa sia collegata all’organizzazione; il nodo, infatti, è produrre modificazioni in positivo del funzionamento della prassi quotidiana.
Cosa significa “riflessione dentro l’azione”?
Contenere le ore di “spiegoni” teorici non perché “non sta bene” il metodo top-down, ma perché non è funzionale a migliorare la situazione.
Costruire le riflessioni in modo induttivo a partire da materiali portati dai partecipanti (spediti prima del momento d’aula) su cui come docente mi impegno a fare un’analisi comparativa delle questioni emergenti. In aula si discute di questa analisi. Oppure si chiede ai partecipanti di portare riflessioni fatte in gruppo o a coppie intorno materiali proposti. La formazione diventa così esplorazione, non trasmissione di saperi da contenitori supposti pieni (i docenti) a vasi supposti vuoti (i partecipanti).
Il luogo di produzione della conoscenza è il funzionamento quotidiano delle organizzazioni, il dialogo tra le persone.
Bisogna stare in ascolto di questo flusso e aprire spiragli riflessivi a partire da questo ascolto. Ciò consente di mettere a frutto l’intelligenza collettiva, collocando il formatore nella posizione di allestitore di un set per apprendere. Si tratta di comunicare un metodo. Il sapere strutturato è già stoccato nel web. Ma il sapere vivo che si costruisce dentro i contesti di lavoro non sta in nessun magazzino, perché è continua invenzione di soluzioni.
Alcuni esempi di esiti di questo approccio:
- quando ho gestito il ciclo di formazione per formatori in un importante studio di consulenza ho erogato un’ora di lezione su 88 ore da aula; i partecipanti spedivano tra una sessione e l’altra i materiali a una mailing-list collettiva; ogni sessione si avviava con la mia restituzione e con una discussione intorno agli oggetti che erano stati proposti dai materiali.
- In un master gestito all’università ho messo al centro il tirocinio; una volta date alcune indicazioni generali su come procedere, gli studenti (in quel caso operatori e quadri dei servizi sociali e sanitari) hanno iniziato il loro tirocinio che consisteva nella lettura di alcune situazioni interne a Servizi che avevano come obiettivo la costruzione di nuovi progetti; ci eravamo accordati come università con alcune organizzazioni sociosanitarie per mettere a disposizione un sapere di studenti supervisionati al fine di avviare progetti all’interno dei servizi.
Ogni momento d’aula era rielaborazione dei materiali prodotti dai corsisti a contatto con l’esperienza del tirocinio; quest’ultimo non era più l’appendice finale di un percorso d’aula zeppo di slide, ma l’architrave dell’intero master. L’esito è stato che i servizi hanno ottenuto consulenza a costo zero, gli studenti hanno imparato sul campo, l’università si è collegata al territorio.
- Quando mi chiedono di fare formazione con 50 assistenti sociali per “spiegare i nuovi orientamenti strategici che i Servizi intende portare avanti”, cerco di negoziare con il committente di mettermi in un’aula-laboratorio solo gli operatori disponibili a scommettere e con loro cerco di cominciare ad avviare qualche sperimentazione. Mediamente so che nei servizi un terzo del personale è disponibile a scommettere, un terzo è titubante, ma con qualche forma di curiosità e un terzo si oppone profondamente al cambiamento e probabilmente non cambierà mai. Cominciare ad allestire qualche processo innovativo coi più disponibili può consentire di agganciare il gruppo dei “titubanti” senza perseguitare chi non ha alcuna intenzione di cambiare e in aula funzionerebbe da freno erga omnes.
Infine, pensando alla scuola e alla mia esperienza di genitore (soprattutto alle scuole medie e superiori) e alla didattica distanza di questo anno e mezzo di pandemia, credo sia davvero inutile per un professore proporre la stessa lezione per anni in aule diverse, lasciando che poi il momento dei compiti a casa finisca per rinforzare le disparità di risorse educative: non tutti hanno familiari disposti a /in grado di accompagnare nell’apprendimento i figli, non tutti hanno le stesse dotazioni tecnologiche, non tutti possono permettersi di spendere soldi per le ripetizioni.
Perché allora non mettere le lezioni in podcast (magari realizzati da persone molto capaci di tenere l’attenzione) che possono essere ascoltati anche al parco e tenere l’aula come momento in cui si fanno i compiti, accompagnando l’incertezza, allestendo contesti per apprendere per passione e non per persecuzione?
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