Certificare la sostenibilità: un valore aggiunto per i tuoi clienti?

Eleonora Dal Zotto è consulente specializzata in sostenibilità sociale con un’ampia esperienza in rendicontazioni, certificazioni, analisi del rischio, due diligence. Per oltre 20 anni ha lavorato per il Commercio Equo e solidale occupandosi della gestione di progetti, valutazione sociale, implementazione del processo produttivo e marketing di prodotti alimentari e artigianali.

Le certificazioni vengono utilizzate dalle aziende per diversi motivi. Uno di questi è riuscire ad arrivare ai clienti finali dimostrando la qualità e il valore di ciò che hanno da offrire. Perché attivare un processo che certifichi la propria sostenibilità significa anche prendere consapevolezza e migliorare – o quantomeno allineare al mercato – i propri processi. Ma non è più sufficiente parlare di sostenibilità sociale e ambientale, senza aprire il tema sostenibilità economica. Perché non è possibile pensare di rispettare una serie di paramenti senza verificare che le persone vengano pagate il giusto. I contratti collettivi nazionali non sono sufficienti come garanzia di sostenibilità e sono decisamente superati in termini di tetti minimi, oltre ogni ragionevolezza.
Ma quindi, a cosa servono le certificazioni fatte dalle grandi aziende o dalle piccole e medie imprese? E soprattutto, a chi sono utili?

Le certificazioni servono per ‘certificare’ un processo o un prodotto. Quando le organizzazioni hanno necessità di intraprendere dei percorsi di certificazione solitamente conoscono il loro obiettivo. Oppure lo fanno perché vogliono capire quale sia il tipo di attestazione più idoneo rispetto alle loro attività; in questo caso viene fatta un’analisi del loro posizionamento sul mercato, dei canali e dei bisogni che hanno effettivamente i loro clienti, a cui poter offrire poi diversi tipi di garanzie.

La piccola/media impresa di solito ha bisogno di intraprendere questi percorsi per posizionarsi, sapendo che si tratta di strumenti che servono soprattutto per ampliare o ricercare nuovo mercato. A volte le certificazioni sono necessarie per riuscire a rimanere sul mercato – in questo senso le richieste di certificazioni di garanzia sono diventate più numerose e piuttosto pressanti. Ad esempio, nel settore della Moda le piccole produzioni artigianali devono garantire certi standard per poter rifornire le grandi aziende. Ma in generale per le aziende produttive è necessario vendere prodotti sostenibili perché il marketing lo richiede.

Ci sono parecchie differenze con le imprese di maggiori dimensioni. Quando si parla di società acquistate da fondi di investimento l’esigenza di avere una certificazione nasce direttamente dalla proprietà, solitamente per riqualificare o per qualificare. In questo caso il processo di sostenibilità è importante perché nasce da una esigenza interna. Viene fatto un grosso lavoro sulla percezione, sul posizionamento e sulla reputazione del brand. Questo aspetto è sempre più legato anche alla necessità di attrarre e trattenere talenti, tema cruciale all’interno del nostro paese. Perché in Italia mancano le competenze o la disponibilità del personale a svolgere alcune tipologie di lavori che invece sono molto richiesti. Inoltre, viviamo in un momento storico in cui all’interno delle aziende convivono tre generazioni diverse: ci sono i giovani under 30, i 40enni e gli over 50/55 che hanno sistemi valoriali differenti, perché cresciuti in contesti economici e sociali completamente diversi tra loro. Le “grandi” organizzazioni – leader di settore oppure con fatturati considerevoli – si stanno interrogando su cosa devono fare e su come possono organizzarsi per essere capaci di attrarre e trattenere le nuove generazioni ma anche su come gestire queste differenze generazionali.

In termini di sostenibilità le cose più interessanti e all’avanguardia stanno accadendo proprio nel settore privato. In un momento in cui la nostra politica non brilla per riflessioni profonde, le considerazioni sui temi della povertà, dell’uguaglianza e della sostenibilità in generale sono in capo alle imprese private. Faccio un esempio concreto: mentre la procura di Padova decideva di togliere i bambini adottivi alle coppie omosessuali, una azienda privata riconosceva i congedi di maternità/paternità alle coppie omogenitoriali caricandosi completamente di questa spesa. Lo dichiaro con amarezza, perché ho sempre dato un forte valore al senso della politica, proprio inteso come cosa pubblica.

Tuttavia, la gran parte del nostro sistema produttivo – quello che io vedo e conosco maggiormente – è basato su catene di produzione costituite da piccoli artigiani, imprese familiari e aziendali in cui spesso si lavora ancora come cinquant’anni fa, che non sono minimamente state toccate dai temi legati alla sostenibilità, nè per sé stessi nè per i loro clienti. Sono situazioni povere anche da un punto di vista culturale – in termini di cultura di impresa – ma che hanno anche poche risorse economiche, perché schiacciate dai prezzi della filiera. Certe riflessioni qui non arrivano affatto, se non come scarico di responsabilità e di oneri da parte di chi sta all’inizio della filiera produttiva e che impongono audit, rendicontazioni e certificazioni non per il bene del cliente o della società, ma per continuare ad avere delle commesse e garantire che la loro immagine – se non la coscienza – risulti pulita. Inoltre, quando si parla della catena di fornitura si ragiona sempre in termini di aspettative di qualifica e di garanzie, ma è difficile che ci si soffermi sui costi effettivi di produzione e di vendita e la riflessione non riesce a proseguire e ad addentrarsi in quei temi di sostenibilità – sociale, ambientale ma anche economica – che invece sarebbero necessari per una crescita davvero sostenibile.

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Foto Daniel Diesenreither @Unsplash