Cooperare: non dare, ma scambiare


Alfredo Somoza è Presidente ICEI -Istituto Cooperazione Economica Internazionale, organizzazione non governativa nata a Milano nel 1977, laica e apartitica, impegnata nella cooperazione allo sviluppo nei Paesi del Sud del mondo, nella cooperazione sociale in Europa, nella ricerca e nella formazione. Nel 2021 ICEI ha seguito 19 progetti in 15 Paesi, per un totale di oltre 15.500 beneficiari.
È anche Presidente di CoLomba – Cooperazione Lombardia
, l’Associazione delle Organizzazioni di Cooperazione e Solidarietà Internazionale della Lombardia nata nel 2007 che riunisce più di 100 organizzazioni di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario con sede in Lombardia.


 

Presidente Somoza, le Ong sono organizzazioni che nascono proprio da “buone intenzioni”.

Nel nostro “mondo”, quello della cooperazione internazionale, direi che esistono due “famiglie” di buone intenzioni. La prima è quella delle intenzioni puramente emotive: sono le azioni che derivano da ciò che ti detta il cuore, in particolare modo in alcuni tipi di settori come l’infanzia, il mondo dell’assistenza agli anziani e alla disabilità (e va ricordato che c’è anche uno specifico molto italiano che riguarda la fede); la seconda famiglia è quella delle buone intenzioni che arrivano non dal cuore ma da un ragionamento più profondo.
La cooperazione allo sviluppo è nata negli anni 60, certamente su spinta emotiva che però diventa presto una storia di analisi di complessità, sociale, economica e geopolitica, la quale prende in considerazioni molti aspetti. Oggi le “buone intenzioni” sono dunque costantemente verificate rispetto a questa storia, per capire se queste si concretizzano o vanno a finire nel nulla.
“Buone intenzioni” che vanno calibrate e misurate costantemente.

Come si traducono queste “intenzioni” in operatività dentro un’organizzazione?

Questo è un capitolo cambiato molto negli ultimi 20 anni. Siamo passati da una spinta volontaristica, per la quale era importante fare, non tanto come fare, a un terzo settore in generale divenuto altamente professionalizzato. Il risultato è che le nostre organizzazioni spesso non sono molto diverse rispetto a organizzazioni del lavoro di tipo profit. La differenza, dunque, sta nella mission condivisa: realizzare qualcosa di specifico con professionalità alta ma forte condivisione di idealità. Anche perché chi si approccia al mondo della cooperazione sa da subito che non farà una gran carriera, né guadagnerà molto. Non tanto per un approccio “pauperistico” (i nostri standard sono comunque più che dignitosi) quanto perché il “di più” richiesto è sull’idealità.
Tanto è vero che molta gente viene da noi per fare un’esperienza nel terzo settore, dopo aver lavorato nel profit, pur sapendo che magari sarà penalizzato sul lato del compenso.

C’è la possibilità che le “buone intenzioni” siano lasciate da parte, nella quotidianità del lavoro?

Esiste una tensione e anche una tentazione di allontanarsi dalle buone intenzioni. Anche perché c’è un mondo molto ricco interessato al nostro lavoro. È difficile dire di no a certi finanziamenti, perché il mondo della cooperazione vive sui progetti, e non ha mai certezza sul futuro. Quindi sì, in alcuni settori c’è stato un arretramento. Ad esempio: le ong hanno fatto decenni fa un grande lavoro sui codici di autoregolamentazione rispetto alla comunicazione riferita ai soggetti verso i quali lavoriamo, in particolare sull’utilizzo di immagini di miseria, o di bambini in stato di bisogno. Volevamo in qualche modo chiudere con quella pagina di stile comunicativo, frutto di una narrazione post-colonialista. Purtroppo, quella narrazione è tornata dagli anni 2000: rende tanto sui bilanci, forse, ma ci ha fatto tornare indietro, e di molto. È un’immagine del mondo molto radicata nella cultura che riporta alla dimensione emotiva di cui abbiamo già detto. Come a dire: non ti chiedo soldi per lo sviluppo di un progetto agricolo (intenzione “complessa”), ma per la ciotola di riso da dare al bambino.
Per poter dire di no ad azioni, finanziatori, modalità, ci vuole grande specializzazione, professionalità. E timone saldo su alcuni principi non negoziabili.

Le “buone intenzioni” possono cambiare nel tempo, seguendo i cambiamenti sociali?

È accaduto, ad esempio quando la cooperazione da occuparsi di sviluppo è passata all’occuparsi di emergenza. Per far questo, molte organizzazioni sono diventate “neutrali”, ridimensionando il ragionamento sui contesti politico-economici in cui operano, se non addirittura lavorando con veri e propri regimi. Nel terzo settore, più in generale, ne è testimonianza il fatto che – non solo in Italia, in verità – il non profit è diventato uno degli strumenti che la politica utilizza per dismettere una serie di spese sulla società. Bisogna stare attenti a non diventare alibi per politiche di questo tipo.
Poi le “buone intenzioni” si evolvono anche naturalmente, seguendo i temi del tempo: oggi ad esempio le questioni ambientali sono centrali in tutte le loro declinazioni. L’altra grande rivoluzione, arrivata verso la fine degli anni 90 -periodo che ha coinciso con la fine dei grandi finanziamenti pubblici e consolidatasi con la crisi economica del 2008- è stata la riconversione di molte delle pratiche all’estero in interventi in Italia. Noi ad esempio abbiamo lavorato tanto nelle metropoli sudamericane sul tema dell’inclusione: tutto quel bagaglio di conoscenze ed esperienza che abbiamo accumulato per anni l’abbiamo poi riversato sulle città italiane, dove è stato a un certo punto necessario.
Oggi lavoriamo sui Neet, i giovani che non studiano, non si formano, non lavorano, o sull’integrazione dei giovani migranti.
In un certo senso si tratta di chiudere il cerchio della parola “cooperare”, che non vuol dire dare, ma scambiare. Lo sapevamo, certo, ma non era così, perché era tutto da noi verso gli altri. Negli ultimi anni invece molte esperienze arrivano in Italia da fuori. Siamo davvero soggetti di cooperazione: portiamo capacità in giro per il mondo, ma dal mondo portiamo soluzioni verso l’Italia. Siamo al centro idealmente di un mondo di scambi di esperienza e persone e professionalità. Tutto questo non c’era, è stato un cambiamento importante.

Come si trasmettono le “buone intenzioni” a chi, magari un giovane, decide di entrare nel mondo della cooperazione?

Il nostro vantaggio è che oramai quel che facciamo si studia all’università. Oggi i ragazzi che arrivano da noi sono formati, spesso anche sugli aspetti valoriali del nostro mestiere (non foss’altro perché anche noi siamo docenti in quei corsi…).
Arrivano “infarinati”, diciamo, e poi ulteriormente formati; ogni ong ha poi modalità diverse, varie declinazioni di quei valori nell’organizzazione, oltre agli aspetti tecnici. Questo vale per i nuovi lavoratori come per gli stagisti e chi fa il servizio civile.

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