Il dialogo essenziale


Silvia Maraone è coordinatrice dei progetti di IPSIA, organizzazione non governativa promossa dalle ACLI, nata nel 1985 in Bosnia-Erzegovina.

Il contesto che osservo è quello bosniaco, ovvero di un Paese che esce da una guerra negli anni 90, e rimane in uno stato di crisi permanente in cui è tuttora, per una scelta politica presa a tavolino, una scelta di instabilità. Dunque la crisi è molto differente dall’emergenza, almeno nell’ambito umanitario di cui mi occupo. L’emergenza è l’evento inaspettato e vede un meccanismo di gestione e superamento più faticoso, ma magari più rapido.
La crisi invece è prevedibile e anticipabile, e puoi trovare soluzioni prima che inizi. Si può prevenire insomma.

Una crisi si può evitare o gestire in anticipo, l’emergenza va affrontata quando capita, e purtroppo il grosso limite che vedo in emergenza è l’incapacità di coordinamento tra chi cerca soluzioni. In caso di crisi forse è più facile avere in mente soggetti e interlocutori che possono studiare e aiutare a superare la crisi; nell’emergenza questo viene meno. E da qui dispendio di risorse, sia economiche sia umane.

In Bosnia-Erzegovina osservo un mix tra i due fattori: una crisi continua, che ogni tanto ha dei picchi emergenziali. Lontani, ma non troppo, da una guerra.
Il contesto è conflittuale e frammentario da decenni, e questo lascia ampio spazio a corruzione ed economia grigia. Mancano interlocutori, mancano responsabili. Spazio dunque alle malversazioni.
Non che non ci siano segnali: il primo campanello di allarme, che vale per i contesti istituzionali quanto per le organizzazioni, è il venire meno della comunicazione. Chi dovrebbe comunicare non lo fa. Anzi, si inaspriscono i toni, iniziano le provocazioni. Poi inizi a vedere le persone che fanno scorte di generi alimentari. Salta la comunicazione verso l’interno, poi salta quella verso l’esterno: ne emerge un clima di sfiducia ed esacerbazione.
Capire, intercettare l’assenza di dialogo, è uno strumento importante di prevenzione.
Dall’altra parte però esistono i “sabotaggi”. Sia nel micro, sia nel macro, dalla famiglia allo Stato, chi dovrebbe gettare acqua sul fuoco getta benzina. Per questo servono interventi “diplomatici”, in cui non uno degli attori, ma un soggetto esterno -eppur competente, che conosce i soggetti in causa-, proponga soluzioni accettabili, ovvero un compromesso.
Non c’è bianco e nero, non basta dividere il Paese con una linea. La domanda è dunque: quale mediazione sulla quale puntare? La risposta io credo sia: il minore dei mali, ascoltando tutti e facendo ascoltare a tutti le ragioni dell’altro.

È quasi una questione di “vocabolario”: tradurre quello che gli altri non sono in grado di dire. Altrimenti è un dialogo tra sordi, con i carri armati schierati tra Stati – o tra colleghi.

Perché nella mediazione devi conoscere il terreno di entrambi i contendenti. E ognuno deve cedere un pezzo. Ma siamo essere egoisti, e nessuno vuole mai cedere.
Invece il compromesso non è altro che accettare il valore più alto, il bene più alto. Se nessuno accetta il compromesso magari si cristallizza la crisi, ma prima o poi la diga cede.

Nel mio lavoro nei Balcani osservo poi una crisi nella crisi, ovvero la “rotta” dei migranti. Non è un caso che si passi dai Balcani.
La rotta balcanica è sempre stata smercio dei peggiori traffici, dalla droga alle armi. Oggi tocca agli esseri umani. E dove non c’è lo Stato ma la corruzione, c’è spazio per la zona grigia del crimine.
Lo Stato bosniaco non è voluto intervenire, si è creata una situazione di instabilità e si è finito col chiedere l’intervento delle Nazioni Unite. Lo Stato si è ritratto, anziché imparare a gestire la situazione. Il risultato è che questa non-gestione ricade sulla pelle delle persone: ogni inverno, per dirne una, dobbiamo trovare vestiti e sacchi a pelo, come se fosse una sorpresa. Ma i numeri sono quelli, la rotta è quella, perché ogni anno la solita emergenza? Qualcuno pensa che i migranti scompariranno improvvisamente, da un giorno all’altro?

Nulla di nuovo, ovviamente. Queste dinamiche sono quotidiane, nel micro e nel macro. La loro radice è la mancanza di capacità di relazione. Ma fino a che la crisi è piccola la risolvi. Se metti solo le toppe poi diventa sempre più esplosiva. In questi termini, è dall’alto che deve esserci la capacità di leggere il malcontento, un processo guidato dall’alto, dai ruoli dirigenti (cioè che danno una “direzione”) che devono capire quando frenare, cambiare percorso, accelerare.

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