Il vuoto è il mio inizio


Paolo Delle Monache è nato a Roma nel 1969. Ha studiato scultura all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 1993 vince il Primo Premio di scultura H. C. Andersen all’Accademia Nazionale di San Luca a Roma. Nel 2007, nel 2010 e nel 2018 vince un concorso Nazionale per opere d’arte e realizza tre sculture per il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Nel 2008 il Museo Barracco di Roma ha ospitato una sua personale dal titolo Ex-volto, nel 2010 è invitato alla mostra La scultura italiana del XXI secolo alla Fondazione Pomodoro di Milano. È del 2011 la personale Reperti ultimi alla Galleria Estense di Modena. Nel 2013 espone Non-finito, infinito alle Terme di Diocleziano. Nel 2014 la collaborazione con Benoit Felici e il progetto di videoproiezioni su sculture si concretizza nella mostra Fragments alla Base sous-marine a Bordeaux. Nel 2017 è invitato alla mostra Sculture Moderne alla Venaria, dove espone la scultura Diario (www.paolodellemonachescultore.com).


Paolo Delle Monache, scultore: che cosa ti ispira la parola “vuoto”

Il desiderio di fare un po’ di ironia con il bicchiere, ovvero con il modo di dire che associa un atteggiamento ottimista o pessimista al bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Da piccolo mi domandavo perché nessuno si ponesse la domanda di come fosse precedentemente il bicchiere, ma ci si limitasse a quello che era lì di fronte, costatando che fosse a metà.
Sì, ma prima? Il bicchiere era vuoto? Era pieno? Come era? Nessuno che avesse la voglia di chiedersi come si fosse arrivati a quella metà (e quale fosse il contenuto). Se prima il bicchiere era pieno e ora è a metà, senza drammi il bicchiere è mezzo vuoto e non vedo perché qualcuno debba essere considerato pessimista se lo comprende. Al contrario, se prima il bicchiere era vuoto e ora invece è a metà, il bicchiere è mezzo pieno ed è una cosa che non c’entra nulla con il fatto di essere ottimisti. Quando sono in riserva e vado al distributore non gli dico “mi faccia mezzo vuoto”.
Constatata la situazione che era in precedenza, fatta un’analisi di realtà, dovremmo capire che non possiamo più perdere tempo a farci domande su chi è ottimista o pessimista e aspettare che ci crolli addosso il presente. Ogni riferimento allo scioglimento dei ghiacciai non è puramente casuale.
La parola vuoto mi ispira il desiderio di capire come fossero le cose prima. Capire il motivo che ha portato al vuoto, se il vuoto è un risultato, una fase di passaggio, una nuova origine o una realtà in quanto tale.

Che ruolo ha il Vuoto nella tua arte?

Un ruolo essenziale, perché da sempre modello frammenti (frammenti di corpi umani o frammenti di luoghi, sfoglie di architetture).
Il vuoto è talmente presente nel mio lavoro che lo dovrei indicare nelle didascalie in cui si elencano in fila il titolo, poi l’anno, il materiale e le misure. Ecco dovrei scrivere come materiale bronzo e vuoto. Non posso farlo, però è così.
Vuoto che poi si sdoppia nell’ombra, ombra di pieno e ombra di vuoto, che è un vuoto forse al quadrato.
Ho molta gratitudine nei confronti del vuoto per il fatto che dona senso al pieno. Non voglio usare frasi celebri come “meno è più”.
Ma ti parlo direttamente di una scultura di cui sono profondamente innamorato da circa 25 anni e che è l’immagine che mi affiora nella mente nominando la parola “vuoto”: è “Il cubo senza cubo” di Sol Lewitt, situata nel parco di sculture ambientali della Fattoria di Celle a Santomato, Pistoia. È una opera che contiene una presenza fondamentale dentro di sé: il vuoto. Un’opera tutto sommato banale -un cubo di cinque metri di lato che manca di un ottavo di cubo-, eppure la considero un trattato muto sul pieno e il vuoto, su quanto -come detto- il secondo dia senso al primo. La considero una scultura incinta, in uno stato interessante, dove il figlio, il vuoto, il tassello mancante ha la forma della madre-cubo-terra e l’essenza del padre-etereo-cielo.

Il vuoto fa paura o è nostro alleato?

Rispondo tirando in ballo il mio lavoro di scultore per via di porre, ovvero di modellatore.
Semplificando estremamente si potrebbe dire che la scultura si fa levando il superfluo (se è scolpita, pensiamo a Michelangelo), o mettendo il necessario (se è modellata). Lo scultore di marmo parte da una presenza, il blocco, e lavora per forza di levare con lo scalpello. Il modellatore parte da una assenza.
Nel mio caso quindi parto dal vuoto, dall’aggiungere materia che a poco a poco lievita fino al completamento della scultura.
Il vuoto, quindi, è il mio inizio, un momento di pace, di attesa, simile a quando si parte per un viaggio lungamente immaginato, ma che non c’è, non esiste ancora. Sarà il fare, la somma dei gesti nel tempo a portarmi alla sua conclusione, che diventa subito il punto di partenza della scultura successiva, che diventa un nuovo vuoto che mi attende. Quindi il vuoto nella mia scultura è quello che incontro ad ogni inizio, oltre che una parte integrante della forma.

Qual è il tuo rapporto con il vuoto?

Lo associo alla possibilità di poter fare un grande respiro, dopo aver fatto vuoto nei miei polmoni poterli nuovamente riempire di aria.



Da 30 sculture moderne (2017) Paolo Delle Monache