Il vuoto, fertile spazio della coltivazione dell’inedito

Ugo Morelli è saggista e psicologo italiano. Studioso di scienze cognitive, è professore di psicologia del lavoro e delle organizzazioni presso l’Università degli Studi di Bergamo (www.ugomorelli.eu)

Per gli esseri umani il vuoto è una dimensione che fa paura.
Per essere elaborato in modo generativo richiede infatti investimento in “eccedenza” rispetto a quello che faremmo spontaneamente: cercare di saturarlo o negarlo.
Per riflettere allora ci viene in aiuto una coppia logica, il rapporto tra discreto e continuo.
Ovvero: nella nostra esperienza impegniamo energie di ogni tipo per cercare di dare continuità a ciò che invece è discreto, anche quando sappiamo che da un punto di vista matematico e fisico la continuità che perseguiamo è il risultato di una serie di processi discreti, esattamente come una retta è una sequenza di punti che ci sforziamo di definire continua.
Sono aspetti matematico-fisici, che tuttavia hanno corrispondenza evidente nell’esperienza intima.
È infatti così che accade nel cervello e nella psicologia profonda: nel nostro cervello la ricerca del continuo è l’incessante tessitura compensativa di tutte le nostre esperienze ignote e incerte, che se superano una certa soglia diventano intollerabili. Componiamo e ricomponiamo continuamente tutte le manifestazioni di incertezza, di sospensione e di interruzione, con una modalità “jazzistica”: tutto ciò che si manifesta come discontinuità improvvisa viene trattato da noi come da riportare alla continuità. Il contrario ci angoscia. Tenere aperta la dimensione discreta è angoscioso.

Ad esempio: quando studiamo la creatività artistica -che è spesso figlia di processi che rasentano la follia- comprendiamo che la loro caratteristica distintiva è che sono processi che mantengono aperta la dimensione del vuoto più del consueto.
I poeti e gli artisti sfidano l’apertura e il sublime di fronte al vuoto, riuscendo a contenerne la sospensione per un tempo più alto della media, e da lì estrarne la potenza estetica discontinua della creazione. Un magma incandescente che emerge da quella ferita che produce l’opera d’arte, dalla musica jazz fino alla letteratura.
Penso a Pirandello, al vuoto di una sola identità contrapposto alla popolazione interiore di soggetti, oppure a quell’altra vicenda umana e poetica che è l’eteronimia di Fernando Pessoa, che dà voce a molteplicità di sé, al punto di scrivere poesie e recensirle con nomi diversi.

Quando parliamo del vuoto profondo, parliamo di questo. Qual è il paradosso? È che il vuoto non è solo il baratro nel quale precipitiamo -e accade-, ma si configura anche come mancanza. Ovvero come la possibilità per noi di riconoscere che quello che siamo lo siamo già, ma in realtà il nostro possibile sta in quello che ci manca. La mancanza è il riconoscimento dello spazio del possibile, di ciò che possiamo ancora diventare; del margine, orlo oltre il quale possiamo ancora andare. E ci andremo.
E quel vuoto verrà come istanza generativa, si presenterà a noi come il fertile spazio della coltivazione dell’inedito, di ciò che ancora non abbiamo generato.
Ecco allora l’immagine più potente, senza la quale nessuno di noi sarebbe qui: il ventre materno, l’emblema, il simbolo del vuoto generativo. Senza quell’incavo non esistiamo. È il simbolo supremo e sublime per capire la complessità di tutto questo. Senza quel vuoto e la connessione con esso, simbolo ed evidenza fisica, noi non saremmo qui. Il nostro ombelico è lì a ricordarcelo.
Dopo di che è ovvio che l’elaborazione del rapporto con quel vuoto è la nostra vita.

Poi c’è l’altro versante, molto collegato al primo. Poniamoci queste domande verso la questione del lavoro, dell’organizzazione, dell’esperienza istituzionale degli umani. Non con un approccio riduzionista, ma stando alla temperatura tenuta fino a questo momento.
Quindi: che cos’è un’istituzione? A me piace definirla come il tentativo degli umani di recuperare la capacità di contenimento del ventre materno.
Riprendiamo quanto detto e lo ribaltiamo: che cosa cerchiamo? Creiamo istituzioni e organizzazioni per ragioni simboliche. Non solo per ragioni economiche: lo facciamo per risolvere ansie persecutorie e depressive, cioè le nostre ansie di base.
È così: recidiamo il cordone e diventiamo essere autonomi, ma dipendiamo fortemente da due tipi di ansia. Da un lato se non apparteniamo ci sentiamo perduti -è uno dei principali problemi dell’essere disoccupati, perché la dipendenza ci rassicura-, ma se apparteniamo ci sentiamo legati, cioè dipendiamo. Compensiamo quindi il vuoto del non appartenere e il peso dell’appartenere elaborando istituzioni, più o meno accettabili e confortevoli.
Ancora: che cos’è dunque un’istituzione? È l’esito della nostra esigenza di non essere soli, che ci aiuta a riempire il vuoto. Solo che non lo fa gratis, perché ci impone il costo dell’horror pleni. Il costo conformista, saturante, quello della ripetizione quotidiana, un costo che è a sua volta ansiogeno e depressivo. Cerchiamo significati e approvazione e riconoscimento sin da bambini.
Nell’organizzazione cerchiamo la compensazione del vuoto esistenziale, e rispondiamo alla domanda non senza costi: ci portiamo a casa l’ansia depressiva dell’appartenenza.
Quanto equilibriamo il rapporto tra persecuzione e depressione? La qualità della vita organizzativa dipende da questo e da una tensione a riconoscere e cercare di elaborare efficacemente la terza angoscia, quella della bellezza che, secondo Luigi Pagliarani, può sostenere la germinalità e la creatività, nonché l’estensione soggettiva e relazionale nel tempo.

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