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Le parti che contano, al Festivaletteratura di Mantova


Alessandro Della Casa collabora con Festivaletteratura fin dalla prima edizione. Dal 2002 fa parte della Segreteria organizzativa, di cui oggi è uno dei coordinatori...

Il Tutto e la somma delle parti: come si riflette questo concetto nella progettazione di Festivaletteratura, che è un Tutto composto da molte Parti diverse tra loro?

Il Festival ha una struttura molto complessa, nata 28 anni fa da un profondo legame con il territorio. Il suo obiettivo, sin dalle origini, è stato voler trasformare la città, ponendola al centro di una grande festa culturale incentrata sui libri, ma con l’intenzione di renderlo occasione di incontro, confronto, partecipazione e riappropriazione degli spazi urbani.
La manifestazione non è solo un evento culturale di rilievo, ma è soprattutto un momento di coinvolgimento attivo della comunità locale. Si tratta di una proposta nata dall’esigenza di ripensare la partecipazione e la vita culturale della città, riutilizzando e riscoprendo le vocazioni dei luoghi e degli spazi pubblici.
Sebbene la manifestazione si sia trasformata nel tempo, la comunità del Festival è diventata sempre più grande e ha iniziato a identificarsi non più soltanto con la comunità cittadina, ma anche con tutti coloro che si recano a Mantova per l’occasione.
I volontari sono una delle componenti fondamentali del Festival, portatori di una dimensione di passione e entusiasmo che ha fatto sì che il Festival riesca a vivere, attraverso di loro, in tanti territori, come riferimento di trasformazione e condivisione.
Vi sono poi una serie di relazioni con altre realtà culturali, con persone con cui veniamo in contatto per la realizzazione della proposta artistica: autori e artisti che partecipano a Festivaletteratura e con cui nel tempo si consolidano relazioni di collaborazione profonda. Sono coloro che poi, spesso, diventano consulenti del Festival e donatori di idee.
E poi ovviamente c’è il mondo dell’editoria che è una parte importante del sistema di relazioni del Festival. Abbiamo cercato di creare una serie di relazioni molto estesa, con tantissime case editrici dei gruppi più grandi, ma anche con medie, piccole e piccolissime realtà editoriali che fanno un lavoro costante di scouting che teniamo molto in considerazione.
Poi ci sono altre realtà culturali, fondazioni, ecc. con cui sviluppiamo progetti speciali.
Le parti in gioco sono tantissime e i confini sono aperti.

Vede il rischio, nel tentativo di creare un evento coeso e armonioso, che alcune voci o contributi possano essere marginalizzati o persi?

C’è un equilibrio molto, molto complesso. E di fatto è proprio questa complessità che rende difficile avere una visione totale, globale del Festival e di tutte le sue componenti.
All’interno dell’organizzazione lo sforzo è proprio quello di mantenere questa visione di d’insieme, perché le singole parti non hanno piena percezione di tutto il resto. Così i volontari che partecipano, giustamente, non possono avere l’idea della complessità delle relazioni che con autori e editori. Così come autori e editori non riescono sempre a cogliere fino in fondo il tipo di rapporto che manteniamo con la città, eccetera eccetera. Molto spesso anche nell’organizzazione stessa è difficile avere una visione compiuta di tutto, anche perché inserita in una rete di rapporti che non è fissata per sempre, ma è dinamica e in evoluzione.
Ad esempio, è molto cambiato nel tempo l’apporto dei volontari: ci sono persone che sono maturate all’interno della manifestazione, che offrono un contributo propositivo che richiede un certo tipo di riconoscimento. Allo stesso modo è cambiato il rapporto con il mondo editoriale, così come si è modificata la relazione con le altre manifestazioni culturali; quando siamo partiti, nel 97, eravamo uno dei pochissimi Festival letterari italiani; adesso ce ne sono moltissimi.
Si fa molta fatica a tenere il governo di questa situazione, sia che le spinte siano positive o negative. Sebbene non ci sia una conflittualità tra le parti, trovo che non sempre le singole parti riescano – anche comprensibilmente – ad avere una visione d’insieme, privilegiando la propria prospettiva. Quindi lo sforzo deve essere grande, ma capace di ascoltare e cogliere quelli elementi di spinta che possono essere messi a beneficio del Festival.
Il Tutto non è definito e non è per sempre, ma viene continuamente sollecitato dai fermenti che provengono da ciascuna di queste parti nel tentativo di cambiare il proprio perimetro, la propria forma e di adattarsi ai tempi. 

Esiste un elemento, tangibile o intangibile, che emerge quando diversi contributi culturali si uniscono?

Il Festival ha avuto la fortuna, da sempre, di non intendere la letteratura con un’accezione ristretta. Tanto che anche i suoi fondatori sono persone con interessi e curiosità culturali molto diversi. Questo ha fatto sì che il Festivaletteratura abbia sempre esplorato varie direzioni, con curiosità, intercettando i movimenti e i cambiamenti in atto. Ogni anno però riesce a registrare dei rumori di fondo che a volte sono evidenti, a volte meno percettibili.
Ciò che è cambiato molto non sono i temi che stanno al centro della discussione, del dibattito, della proposta o dei singoli eventi; piuttosto ci sono altri due aspetti, da sempre monitorati, e a cui ha saputo adattarsi.
Il primo riguarda lo sforzo, costante negli ultimi anni, rispetto alla fascia adolescenziale di lettori: i ragazzi tra i 14 e i 20 anni sono coloro che leggono di più oggi in Italia. Per loro abbiamo sviluppato una serie di progettualità specifiche.
Un secondo aspetto riguarda le esigenze di un pubblico che cerca sempre di più un confronto, una partecipazione attiva, un contatto diretto anche con scrittori e artisti. La richiesta che ci arriva è  quella di trovare formule interattive che richiedono un certo sforzo, anche organizzativo.
Il Festivaletteratura è stata la manifestazione che ha cercato di portare gli scrittori dagli spazi più tradizionali delle fiere editoriali, delle accademie, vicino al pubblico. Oggi ci rendiamo conto che la richiesta non è solo di confronto frontale, ma va verso forme seminariali e laboratoriali, per cui lo scambio è presente tra tutti i partecipanti. Credo che tutto ciò rifletta un certo tipo di cambiamento che riguarda oggi tutte le pratiche culturali: vi è una volontà di maggior protagonismo, a cui la nostra proposta deve avere la capacità di allinearsi. Ma questo riflette anche un tipo di cambiamento rispetto a come si intende partecipare, o si vuole entrare, a fare pratica della cultura. 

 

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Foto Pixabay @Pexel