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Prego, si accomodi

Da un dialogo con
Silvia Landra, psichiatra presso istituti penitenziari milanesi. Si occupa della formazione degli operatori per Casa della carità di Milano.

Nel 2004, prima che la sanità penitenziaria dipendesse dall’ospedale, non si concepiva ancora che il detenuto avesse un diritto di salute, così come tutti gli altri cittadini. Allora capitava spesso che mi telefonassero e mi chiedessero di recarmi in carcere con urgenza, perché qualcuno stava male. A volte era necessario intervenire forzatamente per calmare queste persone. Così, nel mio tragitto verso il carcere, mi domandavo cosa si aspettassero da me: non sono mai stata dotata di una prestanza fisica particolare e, eventualmente, avrei solo potuto prescrivere dei farmaci. In realtà, quello che succedeva nella gran parte dei casi non richiedeva l’uso di sedativi. Piuttosto, arrivavo e mi rivolgevo al detenuto in crisi, dicendo:
Buongiorno, mi presento, mi chiamo Silvia Landra. Lei come si chiama? Ci possiamo mettere qua?
Prego, si accomodi.
Qualcuno mi ha fatto notare che era uno strano modo di intervenire. Il detenuto stesso, rientrato dalla crisi, spesso confessava che con questa frase, completamente fuori contesto, ero riuscita a calmarlo. Io invece pensavo si trattasse di una frase di circostanza, una convenzione che uso con ogni mio paziente, semplicemente per indicare dove sedersi.

Il potere della gentilezza, non tanto nella sua forma, ma nella sua sostanza, è un registro che sembra avere poco a che fare col mondo del carcere, della polizia e della strada. Eppure funziona. Lavoro in carcere da circa vent’anni. Ho iniziato come consulente, occupandomi soprattutto di lavoro sociale; adesso vi opero in maniera più massiccia, perché sono dipendente dell’ospedale da tre anni e ci lavoro a tempo pieno. La mia aneddotica rispetto ad alcune questioni è sempre in aumento, e sono molti gli episodi che mi vengono in mente pensando al tema della gentilezza.

All’inizio della mia carriera, in un lavoro da consulente che svolgevo in una casa circondariale, mi capitava spesso di assistere a detenuti con problemi di tossicodipendenza. In una di queste occasioni mi capitò di curare un ragazzo che stava vivendo un momento di grande disagio ed era molto scosso. Continuava a chiedermi una sigaretta, ma io non fumavo. Lui stesso mi suggerì di chiedere al poliziotto fuori dalla sua cella. Così feci. L’agente mi diede la sigaretta; la accesi e la consegnai al detenuto. Quando ci ripenso mi chiedo che movimento assurdo avessi fatto per ottenere quella sigaretta; ma sapevo che se la avessi chiesta all’agente per il detenuto, probabilmente mi sarebbe stata negata. Oggi chiederei quella sigaretta senza giustificarmi in alcun modo – sebbene abbia sempre delle sigarette con me, nonostante io non fumi. Sin da allora, in maniera istintiva, percepivo che non si poteva utilizzare la gentilezza all’interno del carcere. Io però potevo scegliere di essere gentile.  

I detenuti sono gentilissimi. Di certo quando vengono a una visita o a un colloquio psicologico – mentre fuori dal carcere nessuno corre con gioia a fare una visita psichiatrica. Per loro si tratta di un momento di ascolto, vissuto come una sorta di privilegio, un momento in cui lo scambio è di aiuto e l’abbandono per un momento viene dimenticato.
Per i detenuti la gentilezza diventa un codice comunicativo indotto dal contesto: è necessaria per ottenere qualcosa. A volte viene utilizzata in modo esagerato, teatrale, e i detenuti utilizzano tutte le parole che sembrano loro efficaci (anche ossequiose) per poter ottenere qualcosa in cambio. Mi capita con i farmaci, che io prescrivo per mestiere: a volte me li chiedono per ore e io, per ore, con fermezza, li nego. Si attiva una sorta di esercizio strumentale di gentilezza, con contorni grotteschi: le persone mi lodano, mi implorano.
La percezione è che in carcere la gentilezza sia sempre un po’ fuori luogo.
Ma quando la gentilezza è gratuita – e trattandosi di una parte della relazione umana, accade che ciò avvenga anche in carcere – allora è particolarmente significativa. Anche qui è possibile avere una conversazione calma, in cui si dicono delle cose vere e in cui si riconoscono dei limiti all’interno dei quali patteggiare per stare in una relazione.

Faccio un ultimo esempio. Capita spesso che durante una visita con un detenuto io venga interrotta da qualcuno, da un agente o dal comandante. All’inizio in queste situazioni stavo zitta; adesso mi capita spesso di dire al detenuto: mi scusi un attimo, ci fermiamo perché c’è un imprevisto. Questi dettagli sono forme consuete di gentilezza, che rischiano di essere inibite in contesti di chiusura. Ma atteggiamenti di questo genere, se curati, possono essere trasformativi. Io non penso di essere più gentile di altri; semplicemente mi comporto con i detenuti così come mi comporto con tutti i miei pazienti. Perché credo che una gentilezza ferma sia un atto di forza, ma anche uno spazio di apertura.

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Foto Kelly Sikkema @Unsplash