Quel che possiamo imparare

Stefano Laffi, sociologo, lavora per la cooperativa “Codici | Ricerca e Intervento” di Milano.

L’ingresso nel mercato del lavoro per i giovani non è semplice, tantomeno lineare o agevole. Il nostro mondo del lavoro fa fatica ad assorbire chi vi si affaccia oggi – in nessun paese europeo la disoccupazione giovanile vale tre volte quella adulta, come in Italia – soprattutto mantenendo parità di diritti e livelli salariali e retributivi rispetto alle precedenti generazioni. Diciamo pure che per i giovani l’ingresso nel mondo del lavoro avviene da una porta stretta e secondaria.

Questo non ha agevolato la loro presenza nelle organizzazioni, basta osservare la composizione per età nelle funzioni apicali, il loro ruolo nelle decisioni su scelte strategiche, ecc. Il peso -non solo quantitativo, ma anche qualitativo, ovvero di rilevanza- dei giovani nelle organizzazioni e nelle imprese è sottodimensionato rispetto a quello che invece le nuove generazioni potrebbero o dovrebbero avere.

E questo è un problema. Lo è perché l’età media nelle organizzazioni rimane alta, e ciò rende le organizzazioni lente, autoreferenziali, poco allineate al presente: è evidente che i riflessi, le priorità e le sensibilità nella decade 50-60 anni non sono quelli che si hanno a 20-30 anni. Usiamo pure le categorie del mondo produttivo, quale “propensione al rischio” e “visione del futuro” hai quando hai 10 anni di orizzonte lavorativo e invece quando ne hai 40, quando hai la vita professionale alle spalle e invece quando questa è davanti a te?

Le organizzazioni dovrebbero a mio parere avere invece attenzioni speciali per i giovani; servirebbe costruire delle “unità di sviluppo under 30“, cioè dei nuclei di lavoro basati sul fatto che in essi sono i giovani a proporre soluzioni e idee diverse. Perché c’è un pensiero che nasce in chi ha una certa età, ed è necessariamente diverso dal pensiero dei più adulti, perché sono i vissuti a essere differenti.

Non per nulla, le organizzazioni più illuminate fanno il cosiddetto “reverse mentoring”: sono i giovani che fanno lezioni ai più maturi, per aiutarli a capire e sintonizzarsi sul presente.

Urge uno scambio di saperi: generazioni diversi hanno saperi diversi, e nulla va sottovalutato.

Se i vertici di un’organizzazione pensano che il proprio mestiere sia assorbire nuove leve per consegnare loro le “istruzioni” che l’organizzazione ha stilato per far bene il proprio lavoro, ebbene non ci siamo. Il rischio è ingessarsi in abitudini organizzative che si traducono in freni all’innovazione.

Questo processo di valorizzazione delle nuove leve non è tuttavia banale o immediato, anche visto dal lato dei giovani: se non sei abituato a prendere parola, ad aver peso e voce, a sentire che conti nei processi decisionali, allora fai fatica a dire la tua, non sei “addestrato” ad argomentare e costruire pensiero, perché finora hai solo assolto compiti che ti sono stati affidati.

Ecco dunque che coltivare quei nuclei giovanili capaci di riflessione, proposta e condivisione, è un lavoro: non basta chiedere ai giovani se hanno una buona idea. È una cosa che va allenata e costruita fino a quando non dà i suoi frutti. Va allestito uno “spazio” affinché il gruppo dei giovani cresca, dialoghi, si confronti, faccia ricerca ed eserciti potere. Perché il rischio di un loro coinvolgimento fittizio è da un lato la frustrazione – vivere un’occasione estemporanea di “voce pubblica” senza riuscire ad esercitarla, perché impreparati – e dall’altro il tokenism: il nuovo sindaco chiama alle politiche giovanili una giovane under 30 ma senza portafoglio, l’azienda organizza la consultazione dei più giovani ma senza dare loro potere decisionale, ecc.

E non credo che siano molte le organizzazioni e le imprese in Italia che scommettono davvero sui più giovani e sulle nuove leve, in questo modo.

Vorrei ora però cambiare punto di vista, e riflettere sulle organizzazioni che hanno nei giovani il loro “target”, l’obiettivo del proprio lavoro. Io ho la sensazione che ci siano dinamiche, anche molto veloci, di cambiamento, ovvero sempre nuove abitudini e nuovi strumenti, ma molto volatili. Quando ti rivolgi ai giovani devi essere predisposto anche a mutazioni repentine. Da un lato non è affatto sufficiente, se ti rivolgi a una platea giovanile, guardare solo sulla tua esperienza di “ex” giovane, come viene istintivo fare: questa è ormai bruciata e le differenze si fanno abissali, gli strati che separano le generazioni sono sempre di più, non solo c’è differenza tra padri e figli, ma ormai anche tra fratelli minori e fratelli maggiori. E anche lo stratagemma della conoscenza per sondaggio, attraverso ricerche di mercato, funziona poco e male, perché chi cresce è sempre alla ricerca e alla scoperta, potrebbe non sapere quello che vuole perché non ne ha ancora esperienza. La storia dell’economia è piena di esempi di usi sociali da parte dei più giovani che hanno virato il senso dei nuovi oggetti in commercio: sono stati loro a insegnare al mondo produttivo che il cellulare non sarebbe servito per telefonare ma per scriversi, per tenere un diario personale fatto soprattutto di immagini da condividere, in ogni momento, coi propri amici, ma quando sono comparsi i primi telefonini nemmeno loro sapevano cosa ne avrebbero fatto.

Da adulti abbiamo l’ansia del controllo, cerchiamo categorie per definire e cristallizzare le forme, ma queste mutano in qualcosa che non conosciamo. Facciamo un esempio, ti può capitare di esplorare i processi decisionali in giovane età, provare a collocarli in una categoria che riconosci – come fate, votate a maggioranza? scegliete un portavoce? fate riunioni ad hoc? – e sentirti dire “no, usiamo WhatsApp”. Non so se sia un bene, sospendo il giudizio, ma in un mondo dove è possibile lo scambio istantaneo e ubiquo alcuni riti della democrazia del ‘900 forse non sono le categorie giuste per leggere il presente.

Va poi ammesso che quando hai a che fare coi ragazzi – ma con le ragazze mi sembra sia diverso – non bisogna pensare che ci sia chissà quale consapevolezza o identità solida, come -forse- accadeva in passato. La generazione oggi più matura è cresciuta con processi di identificazione forti, una costruzione di sé basata sulle appartenenze (il lavoro, la famiglia, la politica), un senso del futuro lineare. Non è più così, oggi il futuro è un mistero, le scelte sono in balìa dell’imprevedibile, la dimensione ideale non manca ma si avverte il morso di un certo pragmatismo per sopravvivere all’incertezza, risulta difficile radicarsi in qualcosa nella volatilità generale, la socializzazione politica è venuta meno e così pure quel senso di appartenenza, quella territoriale pesa, ma si sa di essere destinati ad una certa mobilità per sopravvivere. Insomma non c’è da sorprendersi se le giovani generazioni ci sembrino prive di identità nette, non si riconoscano nelle nostre categorie di appartenenza, non pratichino discorsi forti rispetto a ciò che desiderano e vogliono. Generazioni che faticano a fare asserzioni nette disorientano l’interlocuzione, perché l’adulto si immagina un’identità solida, magari contrapposta alla propria.

E invece non è così. Le posizioni assunte ci sembrano volatili, rivelano una multi appartenenza, cioè tendono a esserci compresenti nella stessa persona più opzioni.

Per inciso, io credo che questa cosa, ovvero che i giovani abbiano appartenenze deboli e volatili rispetto a tante cose delle loro vita, sia un’intelligente strategia di sopravvivenza: in un mondo che cambia così rapidamente e in modo così sconvolgente prendere decisioni di vita e di lavoro definitive è difficile, radicarsi non sembra la scelta migliore, le identità forti, categoriche e perentorie fanno fatica a formarsi. Per questo funzionano solo parzialmente gli abituali meccanismi di identificazione e targhettizzazione.

Infine, che ne è delle organizzazioni fatte dai giovani? Pur non avendo, nella mia esperienza di ricerca, un ricco “campionario” di realtà fondate e condotte da giovani, ho in mente come di fronte al tema dell’organizzazione le giovani generazioni si pongono.

Quando chiedi “che cosa per te è importante” so cosa rispondono, quel che emerge è un rimando constante a un’economia “diversa”.

Innanzitutto, ravvedo una forte attenuazione dell’elemento competitivo, rispetto a come il mondo funziona. I giovani ci sollecitano a ridurre competizione e aggressività sia tra loro -come forza lavoro- sia nelle organizzazioni. Il primato dell’amicizia -che loro sentono tantissimo- si traduce anche nel mondo del lavoro e nell’orizzonte professionale. L’ambiente di lavoro lo immaginano come estremamente collaborativo, fatto di gruppi che magari lavorano mentre ascoltano musica, parlano lingue differenti, gruppi dove il tema del genere è ampiamente risolto, l’elemento gerarchico molto attenuato, a fronte di uno schema paritario. E l’elemento del piacere, del divertimento, del gusto a stare insieme diviene prevalente rispetto alla rivendicazione del “diritto”, magari in termini di orari o salario, ovviamente al netto di situazioni estreme.

L’immagine più forte è quella di un gruppo di amici che si mettono insieme con spirito collaborativo, con elementi di piacevolezza, e magari non si pongono la questione delle 8 ore al giorno. Come succede quando si studia per un esame all’università, non è un tabù lavorare a un progetto anche la sera tardi, se il luogo ti piace, la cosa ti interessa perché è una tua scelta. E poi c’è questa diffusa sensibilità ecologica: in tanti pensano ad attività legate all’economia circolare, al riuso, alla rivalorizzazione degli spazi, alla tutela e alla promozione del territorio. Un’idea di economia leggera, che non costruisce fabbriche o consuma suolo ma fa qualcosa di utile e sostenibile, compatibile con quello che abbiamo capito del pianeta e della sua salvaguardia.

Un’economia in cui si lavora insieme perché è una causa che ci tiene tutti uniti. Quando è così non ci sono antagonisti, mentre a pensarci bene succede sempre se il tuo mestiere è vendere un prodotto nel mercato concorrenziale.

Io lo trovo molto confortante, se i più giovani potessero avere occasioni di autodeterminazione anche nel lavoro, il mondo andrebbe in una direzione auspicabile per tutti.

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