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Respirare dentro le storie

Stefania Mariani è attrice, narratrice, clown e insegnante teatrale. È fondatrice di Stagephotography, realtà artistica che si occupa di ricerca attraverso il linguaggio teatrale e fotografico.


Che cos’è per te la leggerezza nel teatro e nella narrazione?

La leggerezza è un approccio. È un elemento che considero sempre quando le idee prendono forma nella mia mente e nel mio cuore per ideare uno spettacolo, un movimento, una partitura di parole che poi lego alle azioni. Ed è un elemento che considero anche per affrontare il processo. Quindi, che ci sia sempre della leggerezza in me per non prendere le cose troppo sul serio. Ma anche che ci sia una leggerezza che dovrà arrivare a chi fruirà lo spettacolo. Deve esserci sempre un momento dove sia possibile ascoltare, guardare con animo leggero, in tranquillità.
La leggerezza è il contrario dell’imposizione.
Anche pensando alla mia formazione ci sono state delle visioni di un teatro che nasceva da una fatica, da una ferita, dagli aspetti complessi della quotidianità perché il teatro è una cosa molto seria. Questo pensiero mi ha accompagnato nel tempo, soprattutto da giovane. Con gli anni e con l’esperienza si è relativizzato. Il momento teatrale è oggi per me, prima di tutto, un momento di incontro, un momento onirico, di sogno.
Negli ultimi anni la mia percezione è che l’attenzione al narrare, al trovare la storia e il personaggio da portare in scena a come raccontarlo, duri il tempo dello spettacolo. Questo tempo deve essere leggero: stai raccontando una storia! Cerco di ricordarlo sempre quando incontro delle resistenze, sia che arrivino da un organizzatore di teatro che vuole avere tutto molto organizzato e preciso, sia che provengano da colleghi con cui condivido alcuni valori, ma che magari hanno un approccio più rigido.
Si tratta di uno spettacolo: respiriamoci dentro.

Quanto influisce il corpo sulla leggerezza di chi è in scena?

La leggerezza per me è molto legata al respiro. Se sei in scena e il tuo respiro è calmo, automaticamente il corpo diventa consapevole di quello che sta accadendo. Di conseguenza diventa tutto molto più leggero. C’è molta più aria all’interno, e si crea la magia dell’incontro tra chi racconta e chi ascolta. Viceversa, se c’è tensione e il protagonista la porta con sé, tutto diventa pesante, si crea una distanza – anche se si tratta di uno spettacolo comico.
Il lavoro, anche nell’allenamento, è spesso quello di fermarmi e di chiedermi dove sto andando, dove sia il mio respiro. Il respiro diventa attenzione. Si è “nel qui e ora”.  Ad esempio se so dove sto guardando e cosa sto guardando anche il movimento del corpo, i gesti delle mani diventano naturali in relazione allo spazio e al tempo.
Anche se il teatro non è naturale, trovare questa naturalezza, fa la presenza dell’attore.

È chiaro che lo stato d’animo in cui si è fa la differenza. A me succede di creare una sorta di bolla, di lasciare fuori tutto ciò che mi riguarda e che mi disturba a livello personale, prima di andare in scena. Si tratta di un riscaldamento da fare fuori dal palco, nelle quinte, per riuscire ad entrare senza questo carico. Cerco invece di appoggiarmi a quello che è veramente il personaggio, la storia che ho da muovere.
Ci possono essere dei momenti in cui non riesco a essere libera, ad esempio nel caso in cui ci sia del dolore fisico che non posso interrompere. Ma, se la storia lo permette, lo inserisco e lo uso nello spettacolo. Succede anche il miracolo di dimenticarmi del dolore, perché sto con il mio personaggio in un mondo diverso, fatto di appuntamenti, azioni, passi di entrata, musica, oggetti da prendere, e del pubblico che sta reagendo a ciò che faccio.
Tutti questi elementi del momento teatrale ti portano ad essere altro, a non essere legata alla tua fisicità, alla tua emozione. “Abitare il personaggio”, questo è il lavoro del teatro.

Cosa rende un personaggio leggero?

Penso che la leggerezza di un personaggio sia strettamente legata al suo ritmo. Mi riferisco al suo modo di pensare, di parlare, di muoversi.
Ogni personaggio contiene leggerezza nella misura in cui la sua esistenza è “naturale”, anche se nato dalla penna di uno scrittore. La sfida è quella di creare condizioni di gioco, di racconto che rispettino la verità del personaggio. Dove c’è un dramma, a mio parere, la sfida è più complessa perché si corre facilmente il rischio di “enfatizzare”, di esagerare.
Nello stesso tempo, non associo la leggerezza alla comicità. Un clown è sicuramente un personaggio che siamo soliti definire leggero, perché fa scaturire la risata. Ma la sua natura è molto drammatica, perché la sua capacità di ridere di sé stesso contiene anche una forma di tristezza molto grande.

Puoi indicarci tre dei tuoi personaggi leggeri?

Il primo è il personaggio di uno spettacolo dal titolo ‘E vissero felici e contenti’, un’opera semi seria sulla felicità. Vi erano sei personaggi in scena che fornivano una prospettiva di felicità, piuttosto che una sua definizione. Il primo di loro, che apriva lo spettacolo, era una venditrice di felicità, ispirata alle televendite della TV. Si tratta di un personaggio assurdo, divertente, creatore di equivoci che fanno sorridere nonostante lo scenario fosse tristissimo, perché a lei si rivolgono persone sole, in cerca di amore, portatrici invece di grande tristezza.

Il secondo è Emily Dickinson, personaggio che in forme diverse è spesso presente nei miei lavori. Nello spettacolo sulle donne Straordinaria tu  il lavoro insieme al regista è stato quello di costruire una partitura di azioni e di parole che mantengano l’intensità e la profondità della poesia della Dickinson ma nello stesso tempo contengano una leggerezza che avvicina all’ascolto e all’immagine. Ad esempio, c’è un momento in cui Emily lancia aeroplani di carta nel pubblico. E lei gira, gira il mondo, muove l’aria, come in un turbinio di foglie al vento.

C’è poi un momento di leggerezza, piuttosto che un personaggio, che sta all’interno della passeggiata teatrale Scusi lei… Faccia da Albero!.  Il pubblico riceve un sacchetto teatrale con all’interno degli oggetti con cui interagire durante il percorso. Qui vi sono gli strumenti necessari per costruire attrezzi per meraviglie fragili. Bambini e adulti si trovano a utilizzare un pezzetto di legno, un filo di lana e un filo di ferro per realizzare uno strumento di cui non conoscono l’uso. Si crea così un luogo, un momento di sospensione, di leggerezza, dove il tempo pare quasi rallentare. Segue il momento in cui questo strumento viene utilizzato, proprio per creare le meraviglie fragili: bolle di sapone che rappresentano pienamente la fragilità, l’effimero ma anche la leggerezza.

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Foto Dynamic Wang @Unsplash