Alice Selene Boni è urbanista è ricercatrice, si occupa di politiche pubbliche del territorio e svolge attività di ricerca e di consulenza sui temi dell’abitare e delle politiche abitative. Ha partecipato all’ideazione e allo sviluppo del Bando nella matassa e oggi è parte dell’équipe allargata di Excursus+.
Progettare spesso significa integrare e far dialogare tra loro parti diverse. Come si possono scegliere, selezionare e valorizzare questi elementi? Quali strategie si possono adottare per favorire la loro interazione armoniosa?
E’ molto rara la situazione in cui, già in fase di progettazione, si definiscano a priori le competenze necessarie per realizzare un progetto, sebbene ciò venga sempre insegnato e auspicato. Il tema della Casa e dell’Abitare sono proprio ambiti in cui sguardi e discipline diverse dovrebbero lavorare insieme.
Da quando sono nate le politiche abitative si è sviluppato un settore specializzato che non si messo in comunicazione con le altre parti. Si pensi per esempio che il ministero a cui fa riferimento la tematica abitativa è quello delle Infrastrutture e dei trasporti, e non quello del Lavoro e delle politiche sociali. È molto difficile, in questo contesto, riuscire a connettere competenze diverse, ma ci auguriamo che tutto ciò un giorno possa accadere.Credo che la finalità di questo processo di avvicinamento e integrazione non possa essere solo quella di soddisfare un’esigenza astratta e teorizzata come buona, senza considerare il suo vero senso e il suo significato pratico. Sarebbe utile ripensare alle ragioni per cui si sente la necessità di rimettere insieme diversi sguardi disciplinari, chiedendosi altresì quando e se è utile, in alcuni casi, privilegiare uno sguardo settoriale, parziale, spezzettando quel Tutto che è inscindibilmente un Tutto. Le politiche pubbliche, soprattutto per ragioni di gestione e di semplificazione della complessità hanno teso a separare le dimensioni di cui sono fatti gli individui e ad astrarre i loro bisogni, le loro caratteristiche riducendoli in dati e numeri che privano di vita l’esistenza umana.
Penso che un obiettivo possa essere quello di trovare un equilibrio tra questi due approcci. Credo sia possibile fare esperienza della settorialità, con la consapevolezza che si sta trattando una parte del Tutto, con l’umiltà di riconoscersi come parte.Quando si ha a che fare con tematiche sociali come quelle della casa – soprattutto in questo momento storico – ci si deve confrontare con le varie parti del tutto perché di mezzo ci sono le persone. L’esito deve sempre comprendere il destinatario, che va riconosciuto come parte indissociabile dal progetto, portatrice di saperi e di competenze, perché è esso stesso la somma del Tutto. Così, quando mi occupo della casa di una persona, devo essere consapevole del fatto che la casa è solo una dimensione della sua vita, della sua storia; è importantissimo che anche lei abbia voce in questo processo, che ne sia protagonista, che sia al centro, che abbia la possibilità di determinarne gli esiti. C’è invece un rischio fortissimo e concreto, addirittura una consuetudine, nella progettazione, di trattare separatamente i bisogni dei destinatari e di astrarli dalla viva realtà.
Questo, secondo me, deve essere il fine ultimo nel ricomporre le Parti del Tutto: riconoscere l’unicità degli individui e la loro centralità.
Cosa accade se una parte è disfunzionale rispetto al funzionamento del Tutto? è possibile prevederlo? Che conseguenze porta questo disfunzionamento?
Anche in questo caso posso parlare in termini teorici, perché la pratica spesso si distacca dalla teoria. Quando una parte diventa disfunzionale ci si trova di fronte a una situazione di crisi. La crisi dovrebbe essere vissuta nel miglior modo possibile per apprendere da quella esperienza e da quella occasione gli elementi che consentano di migliorarci come esseri umani, come individui, come professionisti, come comunità di persone, come parte di un’umanità. Non è facile affermare che le disfunzioni potrebbero essere lette come opportunità, perché molto spesso il coinvolgimento emotivo che ne deriva ci ostacola in questa lettura. Una crisi chiama in causa tutti, perché non viene mai prodotta da una singola parte, ma dal loro insieme. Così avviene anche per le crisi ambientali, sociali eccetera.
C’è qualcosa che si può prevedere e c’è qualcosa che non si può prevedere. Riuscire a capire veramente cosa la abbia provocata e cosa questa crisi ci vuole dire non è per nulla semplice. Servono certamente tempo e disponibilità da parte di tutti gli individui coinvolti, oltre alla volontà di ricercare e di giungere a delle verità. Verità che per essere comprese richiedono tempo e che, una volta identificate, possono essere percepite come difficili da gestire, non opportune, in relazione alla tenuta di una organizzazione e alla sua sostenibilità, mi riferisco in particolare a quella economica. Le verità “trovate” potrebbero contenere domande di cambiamento radicali che non tutti sono disposti a intraprendere.
Nel tuo lavoro una parte rilevante è composta dalle Comunità. Come coinvolgere questa parte all’interno del Tutto?
Per me la Comunità sono tante cose. Mi sembra che viviamo in un’epoca in cui non siamo più abituati a concepirci e a fare esperienza come comunità e soprattutto in una comunità (di umani) riconosciuta da tutti. Forse per ciascuno di noi la Comunità è qualcosa di diverso: ci sono le comunità familiari, le comunità amicali, le comunità di luogo oppure quelle legate a interessi particolari come lo sport, la cultura, la musica, la politica. Così come non darei per scontato che gli individui si riconoscano all’interno di una comunità. Anche se è chiaro che non possiamo prescindere dal concepirci almeno dentro una società che ci tiene legati inevitabilmente l’uno all’altro, come parti di un tutto. Ogni progetto si deve confrontare con diverse comunità, con gli individui e, forse, sempre di più con la sfida di alimentare, coltivare occasioni per recuperare il senso del nostro vivere insieme.
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