Siamo dentro… siamo fuori… l’abbiamo attraversata… non ne siamo ancora usciti… l’abbiamo scampata…: in questi anni tante volte abbiamo ascoltato queste frasi e a volte siamo stati proprio noi a pronunciarle. L’oggetto è la crisi, comparsa per alcuni in modo repentino e per altri annunciata da tempo.
La crisi è un evento straordinario ma sempre più ci viene raccontato come ordinario, persistente, prolungato; così come spesso viene descritta come esperienza non circoscrivibile a un unico ambito esperienziale (la professione, il contesto organizzativo in cui si opera, la famiglia in cui si vive, il partner con cui ci si relaziona) ma piuttosto come trasversale ai differenti ambiti dell’esistenza.
Dal nostro osservatorio, l’accompagnamento di organizzazioni in momenti di crisi ci ha permesso di esperire il significato più profondo, etimologico, della stessa parola: dal greco κρíσις scelta, decisione, fase dirimente di una malattia. Un significato che si distanzia da quanto percepito generalmente; il greco, infatti, ci ricorda che la crisi non è elemento di rottura che rimanda all’impossibilità di una ricomposizione o di stagnazione perenne o di ineluttabile declino ma piuttosto scelta e decisione. La crisi non comporta una scelta, una decisione ma è scelta, è decisione.
La crisi congiunturale (quella che conosciamo come crisi economica, crisi internazionale, crisi dei mercati) conosciuta dalle organizzazioni del nostro Paese dal 2010 in poi è rimasta tale (senza divenire strutturale) nel momento in cui è stata vissuta come cambio di rotta, e dunque come decisione di modificare un processo produttivo, progettuale ritenuto fino a quel momento immodificabile.
Ripercorrendo quanto accorso ad alcune piccole e medie organizzazioni (che sono poi il target proprio di Excursus), abbiamo assistito sì ad azioni di contrazione, di tagli di spesa, di empasse decisionali ma anche a decisioni impattanti che hanno portato in alcuni casi a investire in formazione, in nuovi collaboratori, in nuovi prodotti e servizi. Queste risposte, a distanza di alcuni anni, si stanno mostrando efficaci e ci inducono a credere che laddove la crisi ha incrociato contesti, persone, gruppi di lavoro predisposti al cambiamento ha creato danni e fatiche ma è stata anche occasione per pensare in modo nuovo al futuro. Laddove la crisi, invece, ha incontrato organizzazioni già profondamente segnate da disfunzioni croniche, sempre a proposito di greco, è diventata la fase decisiva della malattia, quasi sempre quella terminale.
È nelle piccole e medie organizzazioni che la crisi è diventata spesso occasione di innovazione e non mero sinonimo di riorganizzazione intesa come riduzione forzata e dolorosa (del personale e della produzione), come spesso invece osserviamo nelle grandi imprese. Realtà, le prime, nelle quali le persone non sono numeri ma volti, nomi e competenze coltivate e riconosciute. Realtà dove la leadership è forte ed efficace nell’individuare le fatiche e le criticità e nel mettere in atto azioni condivise di cambiamento.
Se coinvolti nella crisi, affaticati e piegati da essa, a volte è difficile contestualizzarla, definirla temporalmente: ravvederne l’inizio e sapere che avrà un termine. La crisi, infatti, non è permanente anche quando ci pare tale. Se così fosse non si tratterebbe di crisi. Se pensiamo, infatti, a crisi economiche e politiche, per esempio, distanti dall’oggi, notiamo che si sono poste come elemento di rottura rispetto a una quotidianità che, superata la crisi, ha comunque assunto connotati differenti rispetto al prima. Anche spazialmente, o meglio ancora geograficamente, la crisi che abbiamo in mente è tale nel nostro contesto ma non in altre parti del mondo.
La crisi dunque non è una parentesi (sarebbe troppo riduttivo definirla come tale) ma non è neppure la totalità; è un’esperienza complessa, una fra le altre. Un’esperienza che oramai abbiamo inteso come replicabile nel tempo ma non potrà essere più come la prima volta, quella in cui ci ha colto di sorpresa.
In questo periodo dell’anno in cui tutti avvertiamo il bisogno di chiudere per poi riaprire con più energia, il nostro augurio è proprio quello di offrirci occasioni di cambiamento e strumenti di resilienza, di aprirci a possibilità inedite ma generative per i contesti in cui lavoriamo e soprattutto per tutte quelle persone che, insieme a noi, questi contesti li abitano. Buon 2018!