Due vie per tornare ai territori

Il Covid 19 cambia il modo delle nostre organizzazioni di stare nei luoghi su cui operano. Coltivare e custodire diventano le azioni chiave. Come dicono le storie della nostra rete

Ci siamo privati degli spazi, oggi ci accorgiamo che abbiamo bisogno di luoghi. È uno dei paradossi del Covid 19. “Remotizzati” in casa per 3 mesi, quasi privati di corporeità abbiamo guardato dalla finestra il cortile che era nostro fino al giorno prima, sostituendolo con spazi virtuali: call di lavoro, videotelefonate con amici, newsletter e webinar. È stato un rattrappirsi che ha riguardato singoli e organizzazioni. Oggi abbiamo rimesso in moto le gambe formicolanti e riaperto le finestre. E nel guardare fuori – ancora come singoli e come organizzazioni – ci accorgiamo che non ci aspettano spazi aperti in cui fuggire, ma luoghi a cui tornare e a cui legarci, entro i quali condividere traiettorie e destini. Ci aspettano territori da coltivare e custodire.

È il lavoro di ognuno di noi che curva uno spazio e lo fa diventare un luogo, come nell’immagine del castoro che sposta il fiume con la sua diga di rami .
Eppure, guardando alle organizzazioni, questo non basta a fare di un luogo un territorio. Quanti di noi lavorano in posti a cui non sentono di appartenere? Per riuscirvi occorre abbracciarne ogni singolarità, coglierne la storia unica, leggerlo come un forziere di valori e di identità, interpretarlo come un fascio di relazioni. Per una organizzazione – e il termine è volutamente vago – stare su un territorio è ben più di un fattore produttivo da cui estrarre al minor costo possibile la componentistica da assemblare in uno smartphone, nel gioco di dumping di diritti e salari che conosciamo.
Spezzando per qualche tempo le reti lunghe delle forniture, impedendo movimenti a merci e persone il Covid 19 ci ha costretto a meditare anche su questa scenografia di cartone, la globalizzazione mal temperata. Mentre sviluppavamo forme di adattamento a un nuovo vicinato – parlarsi dalle finestre, cantare o applaudire sui balconi – sperimentavamo la globalizzazione come un grande schermo di simulazione. Diventati tutti in un attimo gente di quartiere o di isolato, ci siamo resi conto di come un certo modo disinvolto di sentirsi “globali” avesse svuotato l’idea di territorio come fascio di relazioni, e avesse degradato i luoghi a spazi anonimi. Come le rotonde descritte da Marc Augé: si fanno meno incidenti ma non si incrocia mai nessuno. Sono non luoghi da attraversare per andare oltre.

Un territorio è invece un luogo che non si oltrepassa: si è scelto di rimanervi. Per coltivarlo e custodirlo. Ogni organizzazione, lo sappia o no, cambia il proprio territorio se vi coltiva nuove identità possibili, e se lo custodisce, cioè ne preserva la storia da consegnare a chi verrà.

Le due cose insieme. Se si custodisce soltanto, si crea una tana in cui rinserrarsi. Ed è illusione pensare che “mettere in sicurezza” i propri luoghi basti a mettersi al riparo dall’inedito di questa crisi. Di una risposta del genere conosciamo già i limiti, sono quelli dei populismi verdi e neri di cui abbiamo fatto esperienza perfino in questi giorni, e negli anni.
Se si coltiva soltanto, si rischia l’opposto: che l’identità nuova a cui si da vita non si incastri con la storia di quel luogo, e così facendo ci si dimentichi di custodirne ogni singolarità, e tra questi i più singolari di tutti, gli ultimi, gli esclusi, chi ha perso o perderà il lavoro, chi ha perso o perderà la direzione. Per questo, il costruire senza custodia può addirittura svelarsi come distruzione. E la diga del castoro far tracimare il fiume.

Imprese radicate sono quelle che rispettano il genius loci, cioè l’irripetibile combinazione di relazione e di vissuti che lo animano. Organizzazioni radicate sono quelle che colgono l’intelligenza del proprio territorio, l’irripetibile anima dei luoghi, che i romani chiamavano genius loci, consapevoli che ogni territorio, come ogni persona, è un inestricabile intreccio di innesti.

Coltivare e costruire insieme fanno l’alfa e l’omega dello stare di una organizzazione su un territorio. E saranno il sestante di questa età di crisi, che non sarà di passaggio.

A volte sappiamo già usarlo questo sestante. Lo dicono le storie che vi raccontiamo in questa newsletter. Hanno in comune un filo rosso, un rapporto appassionato con il proprio territorio, che passa per un modo apparentemente sbilenco di starci. Cioè con un piede saldamente piantato vicino e uno allungato a esplorare. Sono organizzazioni glocali, cioè locali e globali, che coltivano l’innovazione guardando lontano e così facendo custodiscono meglio l’identità del luogo in cui vivono, abitano, lavorano. Non è questa la grande lezione dell’impresa di comunità di Adriano Olivetti? Fare impresa cogliendo i bisogni delle persone – non solo lavoratori – della propria comunità. Fare insieme impresa partecipata, collettiva. Innovare comprendendo tutti.
Un territorio è casa, cioè luogo di intimità, se accoglie e non separa. Lega con fili sottili e non rinserra. Giacomo Becattini, economista dei distretti, nel suo Per un capitalismo dal volto umano, ha scritto: “Il modello di locale che ho in mente è socialmente coeso, ma al tempo stesso aperto allo scambio commerciale e intellettuale, con un occhio rivolto agli equilibri sociali interni e l’altro al confronto culturale e alla competizione commerciale con il resto del mondo”.
Coltivare e custodire il proprio territorio sarà una delle eredità di questa crisi. Sapremo avere un piede piantato vicino e uno che sa correre nel mondo?

Photo by Nikolay Hristov on Unsplash

Lascia un commento