Esattamente 5 anni fa veniva emanata la risoluzione “Creating labour market conditions favourable for work-life balance”. In essa il Parlamento europeo riconosceva “la riconciliazione della vita professionale, privata e familiare come un diritto fondamentale per tutti”, definendola come “un concetto ampio”, che comprende tutte le politiche volte a promuovere “un equilibrio adeguato e proporzionato tra i vari aspetti della vita delle persone”, conciliando “il lavoro, l’assistenza e il tempo con i familiari, gli amici, il tempo libero e lo sviluppo personale”.
Per conseguenza, il tema richiede non solo politiche solide, trasversali, strutturali, coerenti e globali, ma soprattutto “uno spostamento culturale nella società, affrontando gli stereotipi di genere in modo che il lavoro e le cure siano ripartiti in modo più uniforme tra uomini e donne”.
Ovviamente non si tratta solamente di un problema femminile. Più in generale, si tratta di affrontare il tema del rapporto tra lavoro remunerato, lavoro di cura e lavoro familiare come una questione centrale della vita di uomini e donne, svincolandoci dall’idea che il lavoratore vero, in quanto uomo, non debba affrontare questo tipo di problemi.
Sono passati cinque anni e di “spostamenti culturali” ne abbiamo vissuti parecchi, sotto vari aspetti. Ma nello specifico, quell’equilibrio auspicato dal Parlamento Ue non sembra essere all’orizzonte. La pandemia ha invece fatto arretrare la situazione, se è vero, come spiega Istat (BES, 2021), che durante il secondo trimestre 2020, in piena emergenza sanitaria, sono mutate anche le problematiche da affrontare per conciliare il lavoro e i tempi di vita. Nei casi in cui è stato possibile il lavoro da casa, questo si è affiancato alla necessità dei figli di svolgere la didattica a distanza creando, talvolta, un problema di sovrapposizione nelle stesse fasce orarie di tempo di lavoro e cura dei figli, soprattutto per le madri che mantengono il carico di lavoro di cura maggioritario. Quando, invece, non ci sono state alternative al lavoro in presenza, il venir meno oltre che dei servizi formali, anche di quelli informali, come l’affidamento ai nonni, ha comportato grandi difficoltà nel gestire le esigenze familiari parallelamente a quelle del lavoro.
Partiamo allora dall’inizio nel confrontarci coralmente e torniamo alla fonte (che nel caldo di questa nuova estate non ci dispiace affatto): conciliare dal latino conciliare, riunire insieme. E fra le definizioni che la Treccani ci offre, quella che pare, nella sua semplicità, maggiormente intrigante è: procedere insieme, armonizzarsi. E qua il pensiero, se sostiamo sui nostri ritmi, sulla fatica e la complessità del procedere insieme, già entra in quel cortocircuito che da anni abita le organizzazioni, in quella agognata conciliazione che dovrebbe far dialogare tempi di lavoro e tempi extralavorativi, lavoro e vita, doveri e piaceri. Binomi che, invece, spesso aprono distanze, incomprensioni, disuguaglianze (preesistenti alla pandemia e che la stessa ha acuito).
Per decenni la conciliazione si è ridotta al tentare di porre in equilibrio il lavoro con la vita; ma oggi l’espressione mostra i suoi limiti, e forse ci fa anche sorridere: come se nel tempo lavorativo trattenessimo il respiro, annullassimo pensieri ed emozioni, entrassimo in una bolla che ci preserva da tutto ciò che sta fuori.
Per andare oltre questi binomi frustranti e semplificatori, seguendo la strada della natura conversazionale della realtà, David Whyte, poeta e filosofo angloirlandese, utilizza l’espressione matrimonio fra matrimoni, che possiamo anche parafrasare come conciliazione fra conciliazioni (o armonizzazione fra armonizzazioni); per Whyte i matrimoni devono avvenire fra la relazione affettiva, la soddisfazione professionale e la realizzazione personale. Questo vuol dire che per aprire una conversazione sulla conciliazione dobbiamo permettere e permetterci che la nostra relazione affettiva, il nostro lavoro e la nostra realizzazione professionale procedano insieme. Non un matrimonio a tre ma un matrimonio fra matrimoni. Già nell’espressione di Whyte l’accento viene posto su un connubio che deve essere generativo per tutti, proprio grazie a una visione della vita non frammentata, ma olistica.
<<Ora, l’idea di una certa ‘integrazione lavoro-vita personale’ sta guadagnando terreno, poiché sempre più persone riconoscono che questo ideale di equilibrio potrebbe essere solo un obiettivo irraggiungibile>>, ha scritto nel dicembre 2019 la giornalista Brianne Garrett. Forse rinunciare a trovare un equilibrio, o perlomeno trovare una propria definizione personale di equilibrio, può essere liberatorio. E un primo passo per affrontare la questione.
La “conciliazione” allora non sarà solo un “problema per le donne con figli che lavorano”, ma il ripensamento del tempo e dello spazio che ciascuno di noi dedica al proprio impegno, al proprio dovere, alle proprie passioni e ai propri affetti. Passando dalla dimensione individuale a quella collettiva, di una comunità che, attraverso rinnovate relazioni, si prende cura di sé.
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