I giovani e le domande che dobbiamo porci

Sentiamo forte la richiesta da parte delle persone più giovani di noi. Ci viene chiesto di essere adulti responsabili e coerenti, onesti e chiari nelle nostre intenzioni, di fare sul serio, e di prendere seriamente quello che loro portano nel dialogo e nel confronto che cercano.

Non è solo una questione morale. Oggi i giovani italiani sospendono i loro progetti di vita, molto più dei coetanei europei. È chiaro a tutti il profondo legame che intercorre tra nuove generazioni e sviluppo economico. Tutti noi dobbiamo chiederci come coinvolgere i giovani in un processo dove possano riconoscersi e intravedere una propria parte attiva. Un futuro migliore e il benessere di tutta la comunità dipendono anche dall’incoraggiamento verso i giovani a realizzare le proprie scelte di vita.

Da oltre un decennio in Italia soffriamo le conseguenze economiche e sociali della crisi del 2008, che da noi ha colpito più duro e più a lungo rispetto ad altri Paesi vicini. Questo vale soprattutto per le giovani generazioni, con il continuo peggioramento del tasso di disoccupazione giovanile, che riguarda oltre 27% fra chi ha fra i 15 e i 34 anni e un’alta percentuale di giovani né occupati né in formazione, i cosiddetti Neet: oggi sono oltre un quinto dei ragazzi e delle ragazze fra i 15 e i 29 anni. Non a caso, già prima della pandemia Covid-19 l’Italia aveva il tasso di fecondità più basso nell’area Ue.

In breve: sistema economico, mercato del lavoro e welfare non aiutano le giovani generazioni. Tutt’altro: indeboliscono le loro vite, impediscono di sognare un futuro, di pensare a lunga gittata, di investire in progetti, professionali e familiari.

Vogliamo davvero, seriamente e profondamente, ascoltare quello che le nuove generazioni hanno da dire? E forse hanno da dirci? Da dire a noi che siamo adulti? Crediamo, noi adulti, che ci sia una competenza e una saggezza che i giovani di oggi ci possono portare? Siamo disposti a preservare degli spazi dedicati a questo ascolto?

E allora viene ancora da interrogarci: come ci sentiamo nel confronto con i giovani di oggi? Siamo disposti a lasciarci mettere in discussione? Siamo disposti a lasciare spazio? Ci interessa questo confronto?

Diventare adulti non è semplice. Non è una trasformazione, bensì una transizione fatta di sfide, problemi e opportunità. In generale il rapporto con la società viene messo in discussione: che cosa studiare, se continuare a farlo, che lavoro cercare, quale autonomia perseguire, che modello di famiglia desiderare.

Questo passaggio è reso complicato dalle difficoltà economiche, dalla precarietà e dall’incertezza, in un contesto -soprattutto italiano, ma non solo- di difficile mobilità sociale, con il portato di delusione e affaticamento rispetto alla comunità, alla politica, al mondo del lavoro. Oggi i giovani sono in posizione svantaggiata rispetto agli adulti, e questa loro fragilità si traduce in profonde disuguaglianze socioeconomiche.

Dall’inizio della pandemia, tra i tanti pensieri, riflessioni, considerazioni, c’è una domanda che continua a tornare a molti di noi: che cosa siamo disposti a perdere, per il bene comune? Abbiamo capito che questa domanda può aiutare ad osservarci in tutto ciò che ci occupa, che ci riguarda. È come se sentissimo che possiamo meglio dimostrare il nostro essere adulti facendo un passo indietro e lasciando questo spazio che si libera a disposizione di qualcun altro. Siamo disposti a farlo?

Ci preoccuperemo certo di capire come questo spazio viene occupato, e ci sentiremo responsabili e vorremo di certo fare la nostra parte: la nostra parte, un pezzo nel tutto, nello scenario più ampio e complesso. E qui inizia il dialogo ed il confronto autentico, leale, sincero.

Forse facendo oggi bene la nostra parte di adulto, i giovani avranno più possibilità di fare bene la loro.

Photo by Helena Lopes on Unsplash

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