Il potere della risata

“Era la primavera del 2008, quando un gruppo di clowndottori decise di unirsi e condividere insieme un sogno: portare sorrisi ovunque. Fu così che nacque Magicaburla Onlus”.

Magicaburla è un’associazione di Roma che lavora in ospedali romani: l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù -nel Reparto di oncoematologia e day hospital-, il Policlinico Tor Vergata -negli Ambulatori di alta specialistica pediatrica- e al Sant’Eugenio -presso il Pronto soccorso pediatrico e nel Reparto di grandi ustioni pediatrico-.
Si tratta di professionisti, artisti che hanno scelto di fare della clownterapia il loro lavoro principale. Vengono formati (il corso di formazione dura circa 250 ore), fanno un tirocinio e solo dopo questi due passaggi possono andare in ospedale come clowndottori. Accanto ai clowndottori c’è un buon numero di volontari, persone che hanno deciso di sostenere e aiutare Magicaburla come possono. Sono i “Volontari del Sorriso”, che si prendono cura, settimanalmente, della sala giochi dell’Ospedale Sant’Eugenio, dove insieme ai bimbi danno vita a laboratori e progetti davvero carini.

In numeri, si tratta di una ventina di clowndottori che “visitano” circa 20mila bambini in un anno -e 15mila genitori-, sostenendo il lavoro di 500 operatori sanitari.
Cristiana De Maio (la Dottoressa Clorobrilla!) è presidente di Magicaburla, Susanna Cantelmo (la Dottoressa Tuttapanna) ne è vice Presidente.

“Molti di noi erano ‘clowndottori’ anche prima della nascita dell’associazione, sin dai primi anni 2000” spiegano.
“Oggi sappiamo bene che la clowterapia è una disciplina che studia ed applica le potenzialità terapeutiche del ridere. Noi cerchiamo dunque di portare ‘sostegno’ -nel senso più ampio del termine- attraverso lo strumento del sorriso e del buonumore. Il nostro ‘ambito’ di intervento principale è quello pediatrico, ma non solo”.
In effetti Magicaburla lavora anche nelle scuole e in centri di riabilitazione, in Italia e all’estero.

“Proveniamo tutti dall’ambito artistico e abbiamo seguito un corso di formazione. Durante il quale emerge con chiarezza il senso del nostro lavoro: la risata e il buonumore aiutano l’organismo a stare meglio, contribuiscono alla psiche degli individui.  E il modo migliore di lavorare è di provare ad agire sulla parte sana della persona.
Partire dalle ‘parti’ del corpo che non sono malate. Non c’è dunque spazio per il ‘oh poverino’, per una forma di pietismo. Ad esempio: quando lavoriamo con bambini ustionati, che sono tutti fasciati, lavoriamo sullo sguardo, o sull’udito. Sono le uniche parti del corpo con le quali possiamo instaurare un contatto. In generale, sappiamo che il bambino che abbiamo di fronte è malato, ma il modo di approcciarlo è guardare alla parte sana.
Da lì parte l’energia che può aiutare alla guarigione”.

Avere a che fare con la sofferenza e la malattia, specie nei bambini, mette però a dura prova anche voi.

“Per questo abbiamo un sostegno psicologico. È un dovere di chi fa questo lavoro. Il sostegno fatto di incontri di 3 ore, una volta al mese, che ci aiutano a elaborare le nozioni e le difficoltà che incontriamo. In più noi lavoriamo sempre in coppia. Ci sono occasioni in cui l’aspetto emotivo della persona dello staff prevale -e assistiamo a momenti di fragilità, se non di crollo-. A quel punto ci si prende una pausa.

D’altra parte, lavoriamo sull’empatia, e questo fa male. Soprattutto nei momenti in cui ci viene comunicato che per uno dei nostri ‘assistiti’ non è stata trovata una via di guarigione, o addirittura che la fine si avvicina. Ci rispettiamo e ci sosteniamo per affrontare il nostro limite. Evitando di correre il rischio di pensare di essere eroi”.

Torniamo ai bambini

“I bambini sono semplici: sono consapevoli -in misura variabile certo, a seconda dell’età- di essere malati, ma non si percepiscono come un tutt’uno con la malattia. Per quanto la loro malattia sia grande, i loro occhi sono quelli di un bambino. Sanno che possono essere sani, lo sono stati, hanno voglia di fare -anche se a volte meno-. La meraviglia è che la loro parte sana resiste fino all’ultimo istante. È a questa che si ‘aggancia’ il clown.

Anche per questo motivo, il nostro lavoro, per quanto faticoso, non è depauperante. In questo scambio, in questo incontro, si crea un circolo virtuoso, e a volte siamo stupiti anche noi come stiamo dopo aver fatto un turno. Usciamo dall’ospedale e, incredibilmente, stiamo molto meglio. Non è un lavoro che ti spreme e basta: arriva tanto dall’energia di quel bambino, pronto a giocare a fare il supereroe anche quando ha la flebo. Questo ti permette di vivere la vita con occhi diversi”.

E quando un clowdottore si ammala?

“Cerchiamo di sostenerci il più possibile. A chi entra diciamo che se a un certo punto ha bisogno, non sta bene nel senso ampio del termine, ha tutto il diritto di prendersi una pausa. E l’associazione sostiene chi sta in pausa, coprendo i turni etc. Magicaburla funziona come una piccola azienda ma si sostiene come un’associazione. Il che rende questo da una parte un po’ più faticoso, ma ci fregia di un’umanità che è fondamentale”.

Photo by Gaelle Marcel on Unsplash

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