Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Dominicana, tre sorelle, Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, soprannominate “las mariposas” (le farfalle), vennero uccise per essersi opposte al dittatore Rafael Leónidas Trujillo. Le sorelle Mariposas sono passate alla storia come icona di libertà e opposizione alla violenza, tanto da portare l’Onu, nel 1999, a scegliere proprio il 25 novembre per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Tra le numerose realtà che cercano di arginare il problema della violenza sulle donne abbiamo incontrato Sara Memo, project manager di Women For Freedom associazione di Bassano del Grappa (VI) e nostro cliente, che dal 2014 a oggi ha aiutato più di 8500 beneficiari, tra donne e bambini, in tutto il mondo a “migliorare la propria situazione e a raggiungere la libertà.”
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Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, come affrontate voi questo tema?
Oggi diciamo che è il momento di massima tensione che l’opinione pubblica, a livello internazionale, dedica al problema. Di fatto, però, noi ce ne occupiamo quotidianamente: non prendiamo in carico donne che hanno subito violenza dal punto di vista fisico e psicosociale -perché non ci possiamo sostituire né agli assistenti sociali né a tutti i professionisti che se ne occupano-; quello che facciamo noi è il dopo, cioè una volta che la donna è uscita da una situazione di violenza l’aiutiamo a integrarsi all’interno del tessuto sociale.
Ad esempio, con “Energia Donna” supportiamo le donne vittime di violenza a reinserirsi nel mondo del lavoro. Tramite i bandi e le donazioni private reperiamo le risorse necessarie per pagare Borse di Tirocinio e garantire loro un’esperienza lavorativa dai 4 ai 6 mesi: la forza di questa esperienza è cercare un collocamento che valorizzi le competenze di ciascuna, che valorizzi la crescita personale, che garantisca di conciliare vita professionale e vita privata e, soprattutto, restituisca fiducia.
All’inizio il progetto era rivolto alle donne vittime di violenza, ma poi abbiamo allargato anche alle donne in situazioni di particolare fragilità: durante il covid ci siamo resi conto che tutte le situazioni che cercavamo di combattere nel mondo, in realtà erano esplose anche in Italia, in casa. Tra marzo e ottobre 2020 le chiamate al numero Nazionale Anti Violenza e Stalking, il 1522, sono aumentate del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Oltre a interventi di reinserimento nel mondo del lavoro, svolgiamo, in Italia e nel mondo, azioni di sensibilizzazione sul tema della violenza, della tratta degli esseri umani, dello sfruttamento delle donne e dei bambini: temi legati tra loro. Tutto ciò che fa l’associazione è valorizzare il positivo che c’è nelle donne, la voglia di rinascita, dare loro strumenti di empowerment ed emancipazione per uscire da situazioni di violenza, e lo facciamo attraverso progetti di scolarizzazione, di microcredito, progetti che vanno a combattere l’esclusione sociale.
Il nostro obiettivo è lavorare sull’attivazione/riattivazione, sull’empowerment e sulla capacitazione della donna, per cercare di conferirle strumenti di indipendenza, economici ma anche, e soprattutto, psicologici. Vogliamo dare la possibilità a tutte di comprendere il loro valore, le loro competenze, che possono mettersi in gioco e che sono pronte a decollare.
Women For Freedom è presente in diversi paesi del mondo: notate differenze nel manifestarsi della violenza di genere? Quanto influisce la cultura di ciascun paese?
Sicuramente la violenza è un tema multiforme che si declina in modo diverso anche in base alla cultura di provenienza. Quello che lega tutti i vari aspetti della violenza e che permette di fare un salto culturale è l’educazione. Noi lavoriamo molto sul tema dell’educazione in modo trasversale nei diversi paesi perché questo permette alla donna e alla società di emanciparsi e fare un salto in avanti.
“Promuovere attivamente una cultura del rispetto è l’unica strada percorribile per lo sviluppo sociale, economico e politico di ogni paese”. Come si può diffondere la cultura del rispetto?
Puntiamo molto sulla sensibilizzazione: andiamo nelle scuole proprio perché crediamo nell’investimento culturale per le future generazioni. Facciamo diverse attività per smontare gli stereotipi di genere classici con cui in maniera più o meno consapevole siamo cresciuti, come ad esempio la gestione della casa e dei figli.
In questi giorni -e fino al 29 novembre- stiamo realizzando “Libera Menti”: un festival di 10 giorni per sensibilizzare le persone sul tema attraverso teatro, musica, cinema, moda; l’obiettivo è smuovere a livello culturale i vari stereotipi. Il messaggio non è “disconoscere le differenze di genere e dire che siamo tutti uguali”, ma “valorizzare le differenze in modo tale che si crei una collaborazione armoniosa”.
Quanto influisce la presenza di attori che si occupano di violenza di genere in un territorio specifico?
Influisce molto: le realtà impegnate in prima linea fanno da attore-detonatore, si crea un’onda che si propaga a livello di iniziative e informazione che fa succedere le cose molto più velocemente.
Devo dire però che è un lavoro di squadra: fa tanto l’attore, ma fa tanto anche il territorio.
In modo particolare, nel territorio dove siamo presenti, Vicenza, si stanno sviluppando sempre più imprese benefit, quindi, attente non solo a generare profitto ma anche valore sociale e valore per il territorio.
Un gioco di squadra in cui imprese sensibili ai temi sociali e associazioni lavorano per una società più equa e libera dalle violenze e stereotipi di genere.
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La violenza fisica sulle donne si accompagna spesso ad altre violenze invisibili, come quella psicologica ed economica, che comportano la necessità di affrontare il problema anche dal punto di vista del lavoro e e del creare un equilibrio fra se stessi, le proprie relazioni affettive e il lavoro, coerentemente con quanto abbiamo scritto nella newsletter dedicata alla conciliazione.
La Commissione Europea pone come prioritari questi temi nella Gender Strategy Equality 2020-2025, la strategia che definisce la visione, gli obiettivi politici e le azioni per compiere progressi concreti sull’uguaglianza di genere in Europa, verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.
Attualmente solo il 67% delle donne in Europa ha un lavoro, contro il 78% degli uomini con un gender pay gap del 16% all’ora e la Commissione si impegna a ridurre il divario con azioni mirate a includere una prospettiva di genere in tutte le aree politiche e decisionali e si impegna, con la nuova programmazione 21-27, a supportare progetti di parità di genere tramite diversi programmi di finanziamento (Citizens, Equality, Rights and Values Programme to the big structural, social and cohesive EU funds).
E’ chiaro, come riportano i dati raccolti dall’European Institute for Gender Equality (EIGE), che se si vuole agire sul problema della violenza fisica sulle donne si deve agire a un livello di sistema più ampio: lavoro, denaro, conoscenza, tempo, ruoli di potere e salute per aiutarle a volare.
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