“Siamo una cooperativa di sole donne nata nel 2010. Produciamo caffè artigianale, secondo l’antica tradizione napoletana, all’interno del più grande carcere femminile di Pozzuoli – Napoli.
Con noi lavorano le donne detenute che vogliono essere protagoniste attive del loro cambiamento, perché come insegna Simone de Beauvoir ‘donne non si nasce si diventa’.
Si presentano così “Le Lazzarelle”, la cooperativa che dà lavoro alle detenute di Pozzuoli e porta nelle nostre tazzine il sapore della libertà:
“Noi da donne libere abbiamo scelto di impegnarci attivamente in una impresa tutta femminile che valorizzi i saperi artigianali e generi inclusione sociale.
Perché solo il lavoro offre dignità e possibilità di riscatto reale.
Il caffè delle Lazzarelle è nato mettendo insieme due soggetti deboli: le donne detenute e i piccoli produttori di caffè del sud del mondo. Acquistiamo i grani di caffè dalla cooperativa Shadilly che promuove progetti di cooperazione con i piccoli produttori.
Poi abbiamo aggiunto alla nostra produzione di caffè artigianale quella di tè, infusi e tisane”.
Imma Carpiniello delle Lazzarelle è presidente.
Il vostro caffè è prodotto, in ogni fase del suo procedimento di lavorazione, senza aggiunta di additivi, rispettando i tempi naturali di preparazione della antica scuola artigiana napoletana.
Le vostre confezioni di caffè sono realizzate in materiale plastico senza alluminio in modo da poter essere riciclate con la plastica nella raccolta differenziata.
Nella vostra cooperativa si sono avvicendate sino ad oggi 70 donne, ognuna con la propria storia, diversa ed identica alle altre.
“Molte di loro, prima di lavorare con voi, non avevano mai avuto un regolare contratto di lavoro.
Con noi imparano un mestiere, ma soprattutto acquisiscono coscienza dei loro diritti e delle loro possibilità.
Oggi siamo in formazione minima: in cooperativa siamo in cinque ma sono al lavoro solo due detenute.
I motivi sono due: c’è stato un deciso calo della domanda, e quindi della
produzione, e poi perché grazie al Covid alcune di loro sono tornate a casa. Abbiamo così rinunciato a due lavoranti, e oggi non sappiamo se riassumeremo.
Non so tra un mese come sarà la situazione.
Non sappiamo se sarà chiuso l’ingresso al carcere per gli esterni”.
È arduo riflettere di spazio, per chi lavora in un carcere.
“Noi abbiamo un rapporto con lo spazio -e con il tempo- diverso da quello delle persone comuni.
Ad esempio noi il tempo tendiamo a romperlo.
Le donne in carcere vivono come una eterna circolarità, una routine pressoché identica giorno per giorno, scandita dall’apertura e della chiusura della porta della cella.
Tra la chiave che gira in un senso, e quella che gira nel senso opposto, le
attività sono sempre le stesse.
Ecco, noi interrompiamo quel cerchio.
Certamente anche con noi, con la nostra torrefazione, siamo all’interno del carcere. Ma siamo un elemento dissonante per le donne che lavorano con noi. Perché da noi non c’è solo routine: abbiamo imprevisti e probabilità, come accade nella vita normale.
Magari un giorno c’è la mancata consegna della merce, un altro un ordine
improvviso. Il lavoro modifica la giornata in maniera inaspettata.
È il granello di sabbia che interrompe l’ingranaggio della linearità.
Invece di spazio noi abbiamo fame, come è normale averne se il luogo dove stai è ristretto e rinchiuso.
Tra l’altro, noi il lockdown non l’abbiamo subito così tanto.
Sia nella vita privata, sia nel lavoro l’abbiamo vissuto un po’ meglio: eravamo abituate al carcere, all’idea che lo spazio e il tempo
lo dobbiamo accompagnare, e non dobbiamo resistergli.
È vero che se guardiamo fuori dalla torrefazione abbiamo un giardino, ma poi c’è pur sempre il muro di cinta.
La nostra fame ci porta a ricavarci un pezzettino in più, quando per esempio usciamo con le detenute per portare i nostri prodotti alle fiere. Oppure quando dobbiamo gestire un catering.
Oggi tutto questo ovviamente ci manca.
Anche questa è fame di spazio, anche se spazio temporaneo”.