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Come sta la medicina del lavoro

Vittorio Agnoletto, medico del lavoro, insegna Globalizzazione e Politiche della salute all’Università degli Studi di Milano, responsabile scientifico dell’Osservatorio Coronavirus.

Vorrei iniziare con una riflessione: la tutela della salute sul luogo di lavoro è stata un’importantissima conquista dei lavoratori. Un periodo fondamentale fu il biennio ’68 e ‘69, nel quale sono partite esperienze pilota -magari non sempre riconosciute istituzionalmente- che poi si sono rivelate fondamentali per far nascere i servizi di “medicina del lavoro”.

Credo che in questo senso uno degli argomenti più significativi sui quali riflettere sia la crescita della consapevolezza che allora maturarono i lavoratori, che si interessarono dunque anche alla salute, oltre a temi quali il salario o l’orario di lavoro. Si trattò di una lotta alla nocività in fabbrica fondamentale, poi riconosciuta dalle istituzioni.

La seconda considerazione riguarda la situazione attuale. Ogni crisi economica tende a comprimere, a mettere nell’angolo, prima di tutto proprio la salute nei luoghi di lavoro. Se guardiamo al presente, anche pre-pandemia, abbiamo ben chiaro come la difesa della salute sia stata la prima a rimetterci nella crisi economica attuale. Nei luoghi di lavoro, quando il potere d’acquisto diminuisce e la disoccupazione aumenta, si tende a difendere innanzitutto il salario e altri diritti, mentre sulla salute si perdere terreno.

Se così stanno le cose -una grande conquista minacciata dalle crisi economiche- serve focalizzarsi anche su altro. Innanzitutto, su come è cambiata la figura del medico del lavoro. Oggi si tratta di un libero professionista titolare di contratto a partita Iva con l’azienda dei cui dipendenti si occupa. A queste condizioni, l’azienda è libera di cambiare professionista in qualsiasi momento, mettendo a dura prova l’indipendenza del medico del lavoro.

Questa situazione è dovuta al fatto che nei decenni è stato modificato il ruolo del servizio pubblico di medicina del lavoro.

I medici del lavoro, i cosiddetti “medici competenti”, quelli che compiono le visite periodiche, individuano i rischi del ciclo produttivo ecc., inizialmente erano dipendenti delle ASL o almeno erano convenzionati con queste strutture; oggi sono liberi professionisti e ai servizi di medicina del lavoro delle ASL (ATS in Lombardia) è rimasto solo un compito “ispettivo” che in genere, a causa dei tagli al personale, viene esercitato unicamente quando arriva una segnalazione dai lavoratori o dai responsabili della sicurezza, e anche in questi casi, non sempre scatta l’attività di sorveglianza o ispettiva. Le uscite esterne sono sempre più ridotte nel numero e molte volte il lavoro di controllo viene realizzato attraverso l’invio di questionari alle aziende; questionari che, in genere, vengono compilati o dalla direzione o dal responsabile della sicurezza dell’azienda stessa.

La situazione si complica in alcuni settori produttivi e nelle aziende al di sotto di 15 dipendenti, dove pesa l’assenza di una struttura sindacalmente organizzata. Interessante da questo punto di vista quanto accaduto un anno fa dopo l’estate, quando si registrò un picco di infezioni da Covid-19 nei macelli. Mi sono sempre chiesto: sono stati mandati ispettori a verificare le condizioni di quei luoghi? Dove i lavoratori sono sottoposti a significativi sforzi fisici, dove magari tenere le mascherine è faticoso, così come mantenere la distanza interpersonale?

Vorrei sottolineare quella che io credo essere una necessità: l’istituzione di una procura nazionale che si occupi degli infortuni sul lavoro. In Italia abbiamo un numero alto di morti sul lavoro: più di tre al giorno! Molte volte la normativa che esiste non viene rispettata -pensate al tema dei controlli sui macchinari ad esempio.

Infine, un ultimo aspetto, che può apparire distante ma non lo è.

La pandemia ci mette di fronte a uno scenario che forse non è del tutto nuovo, ma che mai si era realizzato con tale ampiezza: che cosa sarà della medicina del lavoro in condizioni di smart working? Si lavora a casa, ovvero fuori dell’ambiente di lavoro. Che fine faranno gli obblighi che ha il datore di lavoro nel tutelare la salute dei propri dipendenti, a partire dagli accorgimenti tecnici relativi ad esempio alla vista e alla postura? Come gestire le pause? Quali accortezze avere nei confronti delle donne in gravidanza? È lecito chiedersi chi si occuperà di tutto questo, e soprattutto chi verificherà le reali condizioni di lavoro.

Lo smart working è sicuramente una soluzione che facilita a tanti lavoratori la vita, che produce risparmi di tempo per il lavoratore e che contemporaneamente riduce i costi per l’impresa, anche solo in relazione agli spazi da mettere a disposizione dei lavoratori. Sarebbe bene ragionare su come questi risparmi potrebbero essere investiti nella nuova organizzazione del lavoro, come tutela delle condizioni dei dipendenti. Infatti, alcune conquiste potrebbero essere a rischio, ad iniziare anche dalle più semplici, pensiamo ad esempio alla mensa o al buono pasto. Sarebbe poi necessario tenere conto della vita familiare dei lavoratori, degli spazi disponibili in casa, della presenza di bambini ecc. Lo sw impatta su condizioni di vita differenti ed è ampiamente dimostrato che se il lavoro a casa non è pianificato ed organizzato con il consenso del lavoratore/lavoratrice, sono le donne che rischiano di pagare un prezzo più alto rispetto agli uomini: se tutta la famiglia lavora a casa, su di loro ricade il compito di preparare il pranzo, di organizzare i tempi e gli spazi della convivenza, in particolare in presenza di minori ecc.  

Io credo che per lo sw serva una legislazione a sé, che trovi il modo di non cestinare le conquiste realizzate nel campo della tutela della salute dei lavoratori; non sarà semplice.

Ma vorrei fare anche un’ulteriore considerazione: lo smart working è atomizzazione del lavoro. È una condizione che rompe il senso di collettività e di appartenenza dei lavoratori. Se proietto questo scenario sul futuro, vedo un rischio: che le aziende utilizzino questa situazione di isolamento, dove ciascuno lavora per conto proprio, per modificare i contratti, trasformando i dipendenti in partite Iva, approfittando di una condizione nella quale è oggettivamente difficile organizzare vertenze sindacali. Anche per questo, guardando al futuro, credo sia bene ragionare su un’alternanza tra giorni in sw e giornate in presenza.

Per impostare correttamente lo smart working è necessario realizzare percorsi formativi, valorizzando gli aspetti positivi e ricercando soluzioni per gli aspetti maggiormente problematici o che necessitano di nuovi approcci. Molto banalmente non è detto, ad esempio, che fare sw significhi lavorare di meno, anzi: c’è il rischio che il lavoro invada molti spazi della vita privata.

Servirà un’organizzazione della medicina del lavoro diversa. Dove sarà il confine tra l’infortunio sul lavoro e quello verificatosi a casa? Lo riconoscerà l’Inail?

Indipendentemente dalla contingenza, questi sono alcuni dei temi che ci riserverà il futuro, ed è bene cominciare ad affrontarli.

Senza ignorare il fatto che lo smart working produce un’ulteriore divisione, una frattura di classe; infatti, ci sono categorie che lo smart working non possono farlo, penso a tutti coloro che svolgono mansioni manuali.

Quest’ultima considerazione me ne suggerisce un’altra, che mi riporta all’inizio di questa mia breve riflessione: uno degli elementi che a cavallo degli anni ’60 e ’70 contribuì a far diventare la salute un elemento fondamentale delle vertenze sindacali nel mondo del lavoro è stata l’unità di intenti tra operai e impiegati. Lo smart working rischia di separare nuovamente il lavoro manuale da quello impiegatizio.

L’operaio lavorava ad esempio su una macchina che gli sparava le schegge negli occhi, nella stessa palazzina, al piano di sopra, c’era il tecnico che aveva scelto -se non addirittura progettato- quella macchina. La tutela della salute si basava sull’incontro tra e l’esperienza quotidiana e la competenza tecnica. Lo sw nella dimensione odierna, certo molto differente da quella di cinquant’anni fa e dove la frantumazione del ciclo produttivo è sotto gli occhi di tutti, rischia, se non è governato, di produrre, tra le altre cose, un ulteriore arretramento nella tutela della salute dei lavoratori dentro un generale indebolimento della forza sindacale.

Photo by National Cancer Institute on Unsplash

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