Contro il presentismo

Annalisa Ceron è Ricercatrice di Storia delle Dottrine Politiche presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Il suo ultimo libro è “Le amicizie degli Antichi e dei Moderni” (ETS, 2020).

Professoressa Ceron, che cosa differenzia emergenza e crisi?

È una distinzione molto difficile da comprendere, e uno dei principali motivi è che siamo tutti molto schiacciati sul presente. Lo si nota soprattutto nelle nuove generazioni: non perché i giovani non siano capaci di futuro, ma perché oggi i cambiamenti vengono vissuti con difficoltà, anche quando potrebbero essere positivi. C’è poi molta ambiguità su che cosa sia l’una e cosa sia l’altra; i termini spesso sono usati come sinonimi.
Il dato di partenza è che viviamo in situazione di crisi ed emergenza perenne: politica, climatica, sanitaria, economica, migratoria… La lista è lunga, e questa confusione ci porta a vivere in uno stato di allerta e tensione continua.

Da dove cominciare allora?

Io proverei a distinguere così: le situazioni di emergenza sono momentanee e temporanee, e richiedono soluzione immediata. Le crisi sono situazioni di lungo periodo, strutturali, la cui soluzione non può essere immediata.
La parola “crisi” viene dal greco, e vuol dire due cose: “scelta” da una parte e, in termini medici, “disequilibrio . Credo che questo secondo significato vada riscoperto. Perché ci obbliga a fare i conti col fatto che il disequilibrio è strutturale, parte della condizioni umana di noi mortali, che viviamo in un mondo che è continuo cambiamento.
Dunque confondere crisi ed emergenza ci porta a credere che la contingenza, la fragilità, la vulnerabilità, si possano rimuovere definitivamente, mentre sono un dato costitutivo del nostro essere.
Ecco, ripartirei da qui. Ma questo non ci deve portare al pessimismo del “niente può cambiare”. Semmai ci aiuta a capire che le soluzioni ai problemi che possiamo trovare sono sempre soluzioni provvisorie, mai definitive. Soluzioni che possono essere sbagliate, che chiedono di essere riviste.
Se accettiamo questa idea, ovvero che ci siano disequilibri strutturali che fanno parte dell’esistenza, ci spostiamo dal presente e ci apriamo al futuro. Non cerchiamo più solo soluzioni immediate e proviamo ad avere uno sguardo prospettico.

C’è poi quello spazio “interstiziale” tra emergenza e crisi, che contempla la possibilità di prevenire.

Io credo che la prevenzione sia importantissima, e per una vera prevenzione serve lo spazio prospettico di cui abbiamo poco fa detto.
Le crisi durano e bisogna ragionare sul lungo periodo; se è così, anche la prevenzione della crisi è una questione di lungo periodo.
Pensiamo all’odierna crisi energetica: oggi è anche un’emergenza. In un’ottica emergenziale si attuano azioni particolari, quali la riduzione di consumi. Ma se parlo di “crisi” energetica, serve uno sguardo più ampio, lungo e profondo. Pensare a come vogliamo utilizzare l’energia nei prossimi 100 anni, a quali cambiamenti radicali negli stili di vita e nei processi produttivi dobbiamo mettere in campo.

E per questo serve una dose di immaginazione.

Lo schiacciamento sul presente è anche incapacità di immaginare, immaginare soprattutto alternative. Ma se rimaniamo schiacciati sul piano dell’emergenza non riusciamo a farlo. Perché il futuro non è necessariamente la riproduzione del presente.
Qualcuno l’ha definito “presentismo”, un male dei nostri tempi: essere in balia della contingenza. Se invece usciamo da questi meccanismi scopriamo il passato e il futuro, e che i cambiamenti sono possibili.

Le organizzazioni sono vittime di “presentismo”?

La mia esperienza di “organizzazione” è l’Università. E siamo sempre in crisi: ad esempio adesso non abbiamo abbastanza aule, oppure fronteggiamo la crisi cronica di finanziamenti per la ricerca.
Io credo che le organizzazioni dovrebbero riflettere su due cose.
La prima: crisi ed emergenze ci sono sempre state, non sono una scoperta degli anni 2000. Forse le nostre sono più complesse, perché più complessa è l’epoca, e tutto si tiene. Ma non sono una novità.
La seconda: per uscire da queste crisi ed emergenze -e per distinguere tra le due- occorre ragionare su un doppio binario di soluzioni. Prima le soluzioni tampone, provvisorie, poi la soluzione definitiva risultato di sguardo prospettico. Che poi è la capacità di vedere la crisi dietro l’emergenza.
Ad esempio: se la mia organizzazione ha un problema di reclutamento di risorse umane, in ottica emergenziale assumo qualcuno, e forse mi accontento del meno peggio che trovo sul mercato. Ma con uno sguardo prospettico, mi chiedo quale siano i profili ideali, chi voglio che lavori nella mia organizzazione da qui a 15 anni. È difficile ovviamente prevedere e tenere tutto sotto controllo, però il ragionamento va fatto, altrimenti si vive continuando a tamponare, in maniera meno serena.
Per uscire dalle crisi servono i cambiamenti. E questi fanno paura, perché devono anche essere radicali, dell’assetto organizzativo. Alcuni cambiamenti sono faticosi, ma inaspettatamente poi si rivelano positivi, anche se sconvolgenti.
Invito a riflettere sul fatto che la nostra routine di oggi non è sempre stata routine.


Photo by Cindy Tang Ob @Unsplash

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