Cosa chiedono le famiglie? Riaprire, ma davvero

Lo dice una ricerca del Laboratorio di Politiche Sociali del Politecnico di Milano su un campione di nuclei familiari. Il lockdown si è tradotto in una riduzione dell’orario di lavoro di almeno uno dei genitori. Ma ragionare sugli spazi e la logistica non basta per una vera riapertura, dicono i ricercatori. Ecco perché, anche guardando a cosa accade all’estero.

E se a settembre le scuole non riaprissero, perché non a norma? E se chiudessero dopo qualche mese, causa ripresa della pandemia? Per oltre il 30% dei genitori milanesi impegnati entrambi al lavoro la soluzione sarà affidare i figli ai nonni, per il 25% assumere una babysitter, negli altri casi sarà fare da soli. Ovvero, almeno uno dei due genitori sarà genitore a tempo pieno.
È il costo del lockdown, quello passato e quello ancora possibile, per le famiglie con bambini in età di elementari. Una ricerca condotta dal Laboratorio di Politiche sociali del Politecnico di Milano in collaborazione con il Comune di Milano su 2.241 nuclei familiari e 3.344 bambini descrive questo costo in termini di dotazioni, di spazi, soprattutto di tempo. E disegna anche vissuti e attese per quel che sta arrivando. Nel 90% dei casi si tratta di famiglie in cui lavorano entrambi i genitori. Nell’87% dei casi sono le madri a rispondere, e già ciò dice qualcosa.

Il primo dato è dunque: la chiusura dei cancelli delle elementari, o una riapertura parziale e a singhiozzo, significherebbe costringere a una riduzione di orario di lavoro uno dei due genitori. Riduzione volontaria o per necessità. È già avvenuto nel lockdown: nel 50% dei casi delle famiglie milanesi con due genitori al lavoro la “didattica in famiglia” ha comportato la riduzione del tempo di lavoro di uno dei due.
La coperta ha continuato a essere corta anche dopo la prima riapertura delle attività produttive: con i bambini ancora a casa, in un caso su cinque i genitori hanno ridotto il tempo fin lì dedicato alla didattica per destinarlo a un lavoro remotizzato più che mai esigente.

“Per come è costruito il welfare italiano – spiega Marta Cordini, ricercatrice del Politecnico di Milano e coordinatrice della ricerca – la scuola riveste non solo una ovvia funzione educativa ma anche un primario ruolo di conciliazione dei tempi di vita delle famiglie”. L’insufficienza delle politiche e dei servizi per l’infanzia e la genitorialità spinge i genitori a scaricare sulla scuola ciò che il sistema pubblico non garantisce. “Questo spiega la grande preoccupazione che emerge dalla nostra ricerca: nell’87% dei casi la riapertura in settembre è considerata indispensabile, ed è un dato trasversale a titoli di studio e redditi. È qualcosa che prevale sulla preoccupazione sanitaria stessa. Il primo pensiero sembra essere: senza la scuola l’intero assetto della nostra famiglia rischia di crollare”.

Non c’è dunque solo il timore di una perdita formativa per i figli (pur presente nel 74% delle risposte) e neanche la preoccupazione di assicurare loro dotazioni (solo un bambino su 3 ha avuto un pc o un tablet suo) e spazi (nelle case sotto gli 80 m² oltre un terzo dei bambini condivide il tavolo di lavoro con altri). C’è soprattutto un tema di tempi, che rimanda ad altro, al nostro sistema di protezione sociale. “In altri paesi europei – continua Cordini – i servizi essenziali per i figli i cui genitori svolgevano lavori indispensabili non si sono mai fermati neanche in lockdown. In Gran Bretagna, per fare un esempio, è stata assicurata continuità di assistenza ai bambini disabili, vulnerabili o con bisogni speciali. In Italia si è chiuso tutto. Questo ha ovviamente penalizzato le famiglie meno attrezzate economicamente e culturalmente”.

Alla scuola si chiede tanto, ma da sola non può farcela. “Tutto sommato – continua Cordini – a Milano la risposta c’è stata: la DAD (didattica a distanza) è stata attivata nel giro di 20 giorni nelle scuole elementari e in 15 in quelle medie”. Oggi però l’impressione è che tutto lo sforzo di dirigenti scolastici e amministratori locali sia concentrato sulla logistica – giuste distanze tra i banchi, sistemi di sanificazione, numero massimo di allievi per metro quadro – cioè sui contenitori e non sul contenuto. Spiega Costanzo Ranci, coordinatore del Laboratorio di Politiche Sociali: “Cambiare gli spazi di un istituto scolastico, per esempio aprendo le aule anche ad aree esterne, significa ripensare la didattica nel suo complesso, e anche allacciare rapporti nuovi con le organizzazioni del territorio, ripensare i mezzi pubblici, informare in maniera costante e strutturata i genitori”.
In Francia – dove si farà lezione anche nelle palestre, nei musei e nei cinema – ogni famiglia è stata convocata dal dirigente scolastico per essere aggiornata sulle novità in arrivo. In Norvegia si prevede di fare lezione anche all’aperto: malgrado le basse temperature con le giuste attrezzature si può fare. In Belgio si è disegnato un sistema di collegamento tra la scuola e i servizi sanitari territoriali per un eventuale tracciamento del virus. In tutti questi casi cioè non si stanno ripensando soltanto i contenitori, ma le pratiche didattiche. “A partire dagli spazi, all’estero si sta disegnando una scuola di prossimità” continua Ranci. Cosa vuol dire scuola di prossimità? “Che ogni scuola è inserita in un ambito territoriale preciso. Frequentarla significa fare parte di quel contesto, essere guidati a conoscerlo. La scuola dovrebbe dare un senso alla realtà in cui il bambino vive, renderla più leggibile. Ma certo, serve la capacità della scuola di vedere cosa c’è fuori e di costruire alleanze”.
Un modello in linea con l’idea di una “città da 15 minuti”, proposta a Parigi dal sindaco Anne Hidalgo e fatta propria dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. L’idea è che ogni cittadino possa raggiungere in 15 minuti a piedi o in bicicletta i servizi necessari per mangiare, divertirsi, lavorare. “Se il Comune ci investirà davvero, Milano potrebbe dare vita a una nuova idea di scuola vicina in tutti i sensi, perché centrale nel sistema di relazioni localizzate su quel territorio”. La pandemia può essere un’occasione. Di certo per molte famiglie milanesi la scuola di prossimità è una necessità.

Credits: Photo by Darran Shelton on Unsplash

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