Digitalizzazione: un compito, un problema, un’opportunità

Il digitale è un compito, un problema ed un opportunità.

E’ un compito perché la trasformazione digitale non è una scelta, ma una condizione nella quale persone ed organizzazioni sono immerse: ciascuno può decidere se e come fare uso di determinate tecnologie -può scegliere se e come digitalizzare-, ma non può in alcun modo sottrarsi all’abitare la quarta rivoluzione che sta investendo il nostro tempo.

“Digitale”, infatti, non è semplicemente la caratteristica delle nuove tecnologie, ma è una qualità che le ICT hanno dato al nostro ambiente di vita e -che ne siamo consapevoli o meno- al nostro modo di agire, pensare, lavorare, e persino di essere: causa ed effetto di nuovi comportamenti, nuovi sguardi, nuove risposte a domande vecchio o inedite. La rivoluzione in corso ci interpella nella ricerca di soluzioni per sopravvivere e prosperare in un mondo che è diventato vario, variabile, interconnesso, indeterminato. In una parola, complesso.

E dunque il compito si fa problema: se il cambiamento è necessario la sua direzione non è data. La tecnologia amplia le possibilità, abilita modelli di segno diverso con impatti e conseguenze opposte: le macchine non hanno obiettivi, anche se -a volte- opportunamente addestrate sanno raggiungerli meglio di noi.

Ecco allora il problema: il digitale aumenta il nostro potere, ma insieme ci induce a prendercene la responsabilità, espande i nostri limiti, ma insieme ci consente di vederli e fare i conti con essi, offre nuovi spazi del valore, ma interpella sulla direzione che vogliamo prendere, sul rapporto tra estrarre e generare, prendere e dare. La tecnologia non è neutra: trasforma e ci trasforma e dunque richiede consapevolezza, decisione, presa di posizione.

Lontano da facili entusiasmi, la trasformazione digitale è dunque un processo che va governato. Non ha esiti scontati, non c’è teleologia: dipende dalle scelte che si fanno, dalla predisposizione all’ascolto e dalla capacità di migliorare a partire dagli errori.
Troppo spesso si affida alla tecnologia la soluzione di problemi che in realtà dipendono dalla filiera produttiva. Non è così: la digitalizzazione è un potente acceleratore e un veicolo di efficienza, ma non vale nulla se non poggia su un sostrato di competenze personali pronte, e su un’analisi puntuale della realtà.
Non è infatti sufficiente buttarsi sull’ultima novità tecnologica, o sulla nuova vetrina on line, se non si è compreso bene quali sono le esigenze dell’organizzazioni, quali le possibili soluzioni e a quel punto, ma solo a quel punto, quale strumento digitale può essere utile, se non fare la differenza.

Questo prevede un profondo cambiamento nelle modalità stesse di fare impresa. Digitalizzare non vuol dire cambiare cacciavite con un cacciavite più bello. Vuol dire saper guardare all’intera officina e, se è il caso, rivedere tavoli, turni, filiere e forse anche i colori alle pareti…

Ed è qui che il problema si trasforma in opportunità: re-imparare a guardare la realtà come un sistema. Il digitale ci ripropone il mondo e le nostre organizzazioni come reti di elementi (uomini, macchine, elementi naturali) interrelati, interdipendenti, fatte di proprietà emergenti e dunque imprevedibili, nelle quali la linearità degli eventi, l’univocità rassicurante del rapporto tra causa ed effetto e l’efficacia del “si è sempre fatto così” devono necessariamente lasciare spazio ad un pensiero e ad un’azione orientati alla relazione tra eventi, tra cose, tra persone e cose, radicati in uno sguardo strabico che sa guardare contemporaneamente in diverse direzioni, impossibilitato a prevedere, ma allenato ad anticipare futuri possibili.
Questo rovescia il modo di fare strategia, di costruire partnership, di essere leader, di lavorare e di dare senso al lavoro, di generare, acquisire e distribuire valore innescando un’innovazione radicale che può essere trasformativa.

Paradossalmente, infatti, la stessa tecnologia che minaccia la nostra libertà con il controllo algoritmico e con il capitalismo della sorveglianza può restituirci il senso di essere parte di un ecosistema ed offrici l’occasione di realizzare una sostenibilità integrale; i robot che minacciano il lavoro prefigurandone la fine, possono restituire alle persone l’esercizio dei talenti più tipicamente umani, l’ingegnosità e l’intelligenza sociale.
Ma appunto, “possono”. Come ogni opportunità, anche quella che ci offre il digitale è nelle nostre mani, anzi, ancora prima, nel nostro sguardo. È da lì, dalla postura che vogliamo assumere nel mondo, che parte la trasformazione digitale: che uomini, che organizzazioni vogliamo essere? La tecnologia, oggi, può abilitare forse qualunque risposta possibile.

Photo Cottonbro @Pexels

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