Disinformazione e fake news durante la pandemia: il ruolo delle agenzie di comunicazione

50 milioni di italiani, pari al 99,4% degli italiani adulti, hanno cercato informazioni sulla pandemia: non era mai accaduto prima.

La pandemia rappresenta un caso esemplare di come un evento improvviso e sconosciuto, che ha impattato trasversalmente sulla vita di tutta la popolazione scatenando una domanda di informazione inedita a livello globale, possa essere oggetto di tanta cattiva comunicazione che, nella migliore delle ipotesi, ha confuso gli italiani sulle cose da fare, e in molti casi ha creato disinformazione.

È tra i risultati del rapporto Disinformazione e fake news durante la pandemia: il ruolo delle agenzie di comunicazione curato da Ital Communications col Censis, e presentato lo scorso 23 aprile 2021.

Per il 49,7% degli italiani -si legge nel rapporto- la comunicazione dei media sull’epidemia sanitaria è stata confusa, per il 39,5% ansiogena, per il 34,7% eccessiva. Solo il 13,9% pensa che sia stata equilibrata.

Per la prima volta la pandemia ha trovato impreparati anche i media tradizionali, che hanno avuto difficoltà a governare un contesto di improvvisa moltiplicazione della domanda, in cui hanno giocato un ruolo fondamentale la novità della malattia e i dissidi evidenti tra virologi ed esperti vari su origine e forme del contagio e sulle modalità per tutelarsi e tutelare gli altri; tra autorità sanitarie nazionali, regionali e locali sulle indicazioni e le cose da fare in caso di sintomi; tra autorità politiche di ogni livello sulle decisioni rilevanti da prendere per l’emergenza.

Infine: se la confusione da bulimia comunicativa ha colpito tutti, il web rimane l’ambiente privilegiato in cui si sono prodotte e si sono sviluppate disinformazione e notizie false: 29 milioni di italiani dichiarano che durante la situazione di emergenza sanitaria si sono imbattuti sul web in notizie poi rivelatesi false o sbagliate.

Oggi il web è frequentato soprattutto dai più giovani e dai più scolarizzati. Attenzione però: man mano che quote crescenti di popolazione si affacciano al digitale, superando il digital divide, cresce il numero di italiani che sono esposti al rischio di rimanere vittima di manipolazione informativa e aumenta l’information gap tra chi è in grado di decodificare e selezionare le buone dalle cattive notizie e chi non lo è: basti pensare che il 38,6% degli italiani è convinto che il virus sia stato intenzionalmente creato in un laboratorio da cui è sfuggito, ma tra chi ha al massimo la licenza media la quota sale al 49,2%.

Photo by Brendan Church on Unsplash

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