Costanzo Ranci è professore ordinario di Sociologia economica al Politecnico di Milano, dove coordina il Laboratorio di Politica Sociale
Un’idea che trovo tra le più interessanti, anche se provocatoria, rispetto al dono, viene da Marcel Mauss: il dono ha inerente una dimensione di potere. È una relazione umana fondamentale, nella quale si inserisce una dinamica di potere. Il potere deriva dal fatto che il dono trasferisce una parte dell’investimento affettivo, emotivo, anche materiale del donatore, sul ricevente. E stabilisce così delle obbligazioni. In questo senso, il dono è asimmetrico.
Fuori da una struttura cerimoniale che garantisce la reciprocità, il dono è unilaterale, gratuito, volontario; apre una relazione che nessuno ha richiesto, è un atto gratuito. Ma anche quando è così, il dono crea un’obbligazione. Qualcuno si costituisce come “donatore”, ne acquisisce il ruolo, e stabilisce, implicitamente o esplicitamente, che qualcun altro stia ricevendo. Anche se il dono è libero e gratuito, chi dona si erge, molto spesso non intenzionalmente, in una posizione di leggera superiorità.
Per pareggiare – non tanto nei termini di uno scambio di valore -, ovvero per rimettere le cose a posto dal punto di vista della relazione simbolica, chi riceve è chiamato a restituire. Il più delle volte il gioco del dono e della sua restituzione è regolato da cerimonie, come nel caso dei regali natalizi.
La gratitudine stessa della persona che riceve è già una forma reciprocazione, quando è espressa. Dire “grazie” è già dare qualcosa, e questo è talvolta già una grande ricompensa.
Non sempre il ricevente riesce a “ricambiare”
Quando il dono è impegnativo, questo crea relazioni di dipendenza. Mauss dice: il dono crea relazione, circolarità, sta alla base di molte relazioni sociali. È fonte di legame sociale.
Ma se chi si erge a donatore volontario esclude – o svaluta – la gratitudine, l’asimmetria tende a riprodursi nel tempo. È questo l’elemento problematico nel dono: quando la reciprocità non è possibile, il dono pone il ricevente in una condizione di inferiorità.
È un problema se non si può reciprocare fino in fondo, se tanta e tale è la generosità.
Non è un caso che siano presenti nella società diversi modi utili a rendere lo scambio controllato: essi evitano l’asimmetria, e con questo limitano il potere di chi dona. Le stesse organizzazioni di volontariato operano in questo modo: quando ad esempio si stabiliscono regole, e quindi limiti, all’azione volontaria. Il dono dei volontari viene quindi organizzato, legittimato, stipulato, reso efficace. Al tempo stesso l’organizzazione limita l’asimmetria che potrebbe instaurarsi nella relazione d’aiuto.
Si tratta di aspetti procedurali che rendono il dono parte di un cerimoniale, per quanto informale e poco strutturato possa essere -in quanto libero e non può essere programmato più di tanto. Questo rende il dono meno compromettente per chi ne ha bisogno.
Va chiarito che la logica del diritto e della cittadinanza è estranea al dono. Ne è semmai un superamento. Il diritto afferma che il servizio, l’aiuto di cui si ha bisogno, non dipende dall’atto intenzionale e incontrollabile di chi offre aiuto, ma dalla legittimità ad esigerlo. Quanto più il dono è un diritto, maggiore è la parità. Il dono è una logica aliena alla cittadinanza. Nel contesto della cittadinanza, ci sono diritti e doveri, non donazioni.
Questo, per altro, è uno dei motivi per cui per molto tempo e in certi contesti l’altruismo è stato svalutato e ritenuto lesivo della dignità delle persone.
La verità è che c’è una tensione tra dono e diritto, tra altruismo e cittadinanza. Sono due logiche diverse, non opposte ma complementari, che agiscono l’una accanto all’altra. Ma serve il riconoscimento di questa differenza.
Possiamo parlare di dono in ambito lavorativo?
Ne sarei preoccupato. La logica delle gratifiche e degli incentivi è un’altra. Ci sarebbe infatti sempre il rischio di mescolare il piano delle regole con un piano che stabilisce asimmetrie. Sono restio ad accettare la logica del dono in ambito lavorativo. Ma non escludo che possa funzionare tra pari: in una cooperativa, tra dipendenti che hanno le stesse funzioni, che magari si “regalano” giorni di ferie tra di loro. Ma questa è una dinamica che rientra nella reciprocità: gli stati di bisogno sono riconosciuti come base per atti che devono essere gratuiti, non richiesti né esigiti. Ma che potranno essere reciprocati, anche creando catene di reciprocazioni.
Tuttavia nel mondo del lavoro odierno, dove ci sono forti poteri verticali, il dono rischia di ampliare lo spazio di discrezionalità del potere. Il dono rischia di inquinare. Lo vedrei con molto sospetto.
Poi accade che chi è nella posizione più debole nel mercato del lavoro dona tempo, sforzi, sperando che questo lo premi. Ma questo non è dono, è investimento, costruito dentro una relazione che è già asimmetrica.
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