Quella che segue è la riflessione emersa dal dialogo fra Andrea Loreni, funambolo e filosofo che a maggio ci ha parlato di audacia, e alcune persone lettrici della newsletter e provenienti da organizzazioni e contesti diversi, che hanno accettato l’invito a fermarsi e riflettere insieme a noi.
Non cercavamo una definizione condivisa di audacia. Ci interessava provare a osservarla da vicino, attraverso un caleidoscopio di esperienze, scelte e tensioni. Perché crediamo che l’audacia sia uno degli strumenti con cui individui e organizzazioni provano a misurarsi con il futuro.
I partecipanti e le partecipanti all’incontro:
Raffaella D’Agosto, Giorgia Bradascio, Federica Corda, Annagrazia Faraca, Davide Fracasso, Martina Gerosa, Valentina Langella, Andrea Loreni, Flavia Pace, Erica Profeta, Enrica Ranci, Paloma Robles, Maria-Caterina Sighel, Francesca Taverna, Alessia Tripaldi.

L’audacia sfugge alle definizioni. È audace chi lascia un lavoro per intraprendere una strada nuova. Chi investe denaro assumendosi un rischio. Chi sperimenta, chi innova, chi resiste. È audace chi sceglie di lavorare con chi resta ai margini, e chi, silenziosamente, continua a costruire possibilità dove altri vedono soltanto limiti. Ogni esperienza allarga il significato.
Audace è il gesto che introduce qualcosa di nuovo nel mondo, che inaugura qualcosa che prima non esisteva e i cui effetti, una volta avviati, sfuggono a chi lo ha compiuto, diventando relazione, intreccio, conseguenza imprevedibile.
Da una parte l’audacia è profondamente individuale. Ogni scelta audace sembra iniziare da qualcuno che decide di esporsi, di rischiare, di assumersi una responsabilità. Dall’altra, però, quasi nessuna di queste scelte nasce senza un terreno fertile. Le possibilità che vediamo, i rischi che siamo disposti ad assumere, i limiti che scegliamo di superare dipendono anche dai contesti e dalle relazioni che abitiamo, dai valori che condividiamo, dallo spazio che organizzazioni e comunità lasciano all’iniziativa, all’errore, all’esplorazione.
L’audacia è il primo passo di qualcuno e, contestualmente, l’insieme delle condizioni che rendono quel passo possibile. Abita tensioni che non vale la pena risolvere: tra individuo e collettivo, tra salto e perseveranza, tra rottura e continuità, tra ciò che si vede e ciò che resta invisibile.
Anche il rischio fa parte di questo intreccio. Quando parliamo di audacia immaginiamo spesso il salto: in avanti, nel vuoto, verso qualcosa che ancora non conosciamo. E siamo portati a pensare che a un rischio maggiore corrisponda necessariamente un’audacia maggiore. Ma forse non è la dimensione del gesto a renderlo audace. Non basta che sia grande, visibile, dirompente. E non basta nemmeno che sia piccolo, silenzioso, ostinato. Ciò che conta è il movimento che apre: la possibilità che rende visibile, la soglia che attraversa, la responsabilità che assume.
L’audacia non coincide con uno di questi poli: prende forma nel modo in cui li attraversa.
Una delle intuizioni più forti che Loreni ci ha consegnato riguarda proprio questo: il rapporto tra l’ampiezza del gesto e la qualità dell’attenzione con cui lo si compie.

Quando parliamo di audacia siamo portate a guardare lontano, ai cambiamenti che vogliamo generare e agli orizzonti che desideriamo raggiungere. Eppure, il futuro non è un luogo che possiamo abitare. Possiamo abitare soltanto il passo che stiamo compiendo in questo momento, lasciando andare quello che ci ha portati fin lì. Sul filo, questo significa stare pienamente nel presente: percepire ciò che accade, accogliere l’incertezza senza irrigidirsi, restare aperti al cambiamento mentre il cambiamento sta già avvenendo.
E per fare questo – dice Loreni – serve un corpo spazioso.
Un corpo capace di fare spazio a ciò che non controlla completamente, che non si irrigidisce davanti all’imponderabile ma rimane morbido, disponibile, in ascolto. Non è una metafora: è una pratica fisica, che si allena. Sul cavo come altrove, il corpo sa cose che la mente non ha ancora elaborato. Ed è quella conoscenza – immediata, incarnata, presente – che permette di continuare ad avanzare.
La stessa logica vale per le organizzazioni. Anche un’organizzazione ha un corpo: la qualità delle relazioni interne, la capacità di accogliere l’incertezza senza chiudersi, lo spazio che lascia all’iniziativa e all’errore. Un corpo organizzativo rigido non è necessariamente più sicuro: spesso è semplicemente meno capace di rispondere a ciò che arriva.
Tutto questo risuona con le parole di Emilio Lussu – scrittore e antifascista che Mario Rigoni Stern definì “uno degli uomini più audaci” che avesse conosciuto. Ripensando alla fuga dal confino fascista di Lipari nel 1929, un’evasione preparata per mesi e destinata a diventare uno dei simboli dell’antifascismo italiano, scrive:
“Il raid di Lipari fu come un sasso gettato al centro di un lago calmo in una giornata di sole. Attorno al punto toccato dal sasso, i cerchi si formano, si moltiplicano, si estendono, e ridanno animazione all’immobilità, vita improvvisa alla morte apparente.”
Lussu non descrive quel gesto come un’impresa eroica. Lo descrive come qualcosa che interrompe un’immobilità e mette in movimento ciò che sembrava fermo. L’audacia non come slancio verso il futuro, ma come piena presenza in un gesto del presente di cui non si conoscono ancora la direzione né gli effetti che ha la forza di aprire possibilità nuove.

L’audacia, forse, non è soltanto la capacità di immaginare il futuro.
È la compiutezza del compiere un gesto nel presente. Di lasciare andare ciò che fino a un istante prima ci teneva in equilibrio, per esporci a una possibilità che ancora non conosciamo.
Come il funambolo che continua ad avanzare senza poter abitare il passo successivo.
Come un sasso che tocca l’acqua e genera onde che vanno ben oltre il punto in cui è caduto.
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Storie – emerse dal confronto
“Da domani non devi più andare in giro.”
Aveva lavorato per dieci anni in un’azienda costruendo relazioni con comuni, associazioni e territorio. Quando è cambiata la direzione, le hanno assegnato una piccola stanza e tolto quello spazio di movimento. Si è licenziata lo stesso giorno.
Da allora non ha più avuto un contratto da dipendente.
“Mi sono assunta il rischio, l’audacia di mollare, non avendo nulla intorno.”
Per anni aveva lavorato in un progetto in cui si era calata corpo, anima e cervello. Le condizioni erano diventate insostenibili ed era appena uscita da una maternità.
Ha lasciato. Ha chiesto la NASpI. La richiesta è stata rigettata. Dopo un lungo percorso di riconoscimento dei propri diritti, la sua posizione è stata accolta.
Quella scelta, nata da una vicenda individuale, ha contribuito a creare un precedente giurisprudenziale che oggi rende possibile ad altre persone intraprendere lo stesso percorso.
“Non saprei immaginarlo da sola, senza le altre persone.”
Lavora in una piccola organizzazione che ha scelto di abitare lo spazio della ricerca e della sperimentazione, senza ingabbiarsi in una logica di prodotto o servizio. Le scelte più audaci non nascono da una persona sola. Nascono da un contesto in cui ognuna mette il proprio pensiero, la propria visione, la propria competenza.
L’audacia, in questo caso, non è il gesto di un individuo. È una possibilità costruita insieme.
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Andrea Loreni segnala i suoi incontri sul sito: https://ilfunambolo.com/ e sul suo profilo Instagram.
Prossimamente sarà ospite a Bascherdeis, uno dei più importanti festival italiani di artisti di strada,
domenica 26 luglio a Vernasca (PC), per una camminata nel cielo


1 commento su “Essere Audaci (un passo alla volta)”