Essere digitali, 30 anni dopo


Nicholas Negroponte ha ormai quasi 80 anni. È un informatico newyorkese di fama mondiale, fondatore, nel 1985, di uno dei laboratori più prestigiosi al mondo: il MediaLab del MIT. È stato anche uno dei fondatori della rivista Wired, per capirci.

Nel 1995 pubblica un libro il cui successo sarà immediato e planetario, “Being Digital” (“Essere digitali” in italiano, una delle 25 lingue in cui verrà tradotto). Il volume raccoglie le tematiche affrontate da Negroponte nel suo lavoro al MediaLab, e prefigura la “rivoluzione digitale” cui il mondo si era affacciato (internet era agli albori).

A rileggerlo oggi è un libro che ha dell’incredibile, specie nella parte in cui prefigura una “vita digitale”. Si anticipano dinamiche che sarebbero apparse non meno di 20 anni dopo. Dallo “smart working” alla vita “always connected”, dalle smart cities alle auto a guida autonoma, dai servizi on demand alle case intelligenti, fino ai “wearable devices”, come gli smartwatch.

Era il 1995, il muro era appena caduto, l’11 settembre era lontano, come lo era la crisi del 2008. Per non parlare di Covid e guerra.
Forse anche per questo Negroponte si spinge a parlare di “un’era di ottimismo”:
“I Bits non sono commestibili; in questo senso, non fermeranno la fame nel mondo. I computer non hanno morale; non possono risolvere questioni complesse come il diritto alla vita o alla morte. Ma essere digitale, tuttavia, ci dà molte ragioni di ottimismo. Come una forza della natura, l’era digitale non può essere negata o fermata. Ha quattro qualità molto potenti che ne determineranno il suo trionfo finale: decentralizzazione, globalizzazione, armonizzazione e responsabilizzazione”.

Photo by Dan Cristian Paduret @Pexels

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