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Essere o diven-essere?

Mi occupo di design e in particolare di una sua branca poco frequentata: il design concettuale – che qualcuno identifica con la filosofia (L. Floridi, Pensare l’infosfera). Con ogni forma di design, il design concettuale ha in comune il fatto di progettare gli effetti (come sostiene Luigi Ferrara): esattamente come non si progettano prodotti, servizi, oggetti, ma ciò che si vuole fare accadere attraverso essi, così non si progettano concetti, ma strumenti utili per costruire l’esperienza e il mondo.

Ci sono molti modi con cui si può approcciare il design di un concetto, ma dovendo affrontare quello del “rinascere” nessuna riusciva a rendere giustizia alla pregnanza che assume in questo momento a livello individuale e collettivo. Così ho tentato un piccolo esperimento: provare a fare emergere dal basso, dalla vita stessa delle persone, il significato e l’utilità che questo concetto può avere oggi. Così ho proposto alla mia bolla sui social network la domanda: ”Cos’è per te rinascere? E in cosa si sostanzia la rinascita?”.

Ed è stata un’esperienza inaspettata di meraviglia.  In particolare, per tre aspetti. 
Ho ricevuto -in tempi molto brevi- decine di risposte, e non solo on line: commenti al mio post, mail, telefonate, messaggi vocali. Una partecipazione inaspettata che mi è parsa l’indicatore di una effettiva risonanza del concetto su cui stavo lavorando: le persone hanno desiderio di esplorarlo, focalizzarlo, condividerlo. Lo sentono come utile nella lettura e nella generazione della propria esperienza e del proprio mondo.
Ma soprattutto – e questo è il secondo aspetto – mi ha stupito la qualità della partecipazione: la mia bolla è eterogenea, popolata da persone con diverse attitudine e dimestichezza con la concettualizzazione, eppure tutte, hanno suggerito dei vettori di significato importanti, differenziandosi non per la profondità del contributo, ma per le diverse posizioni dello sguardo.
E il terzo aspetto riguarda proprio il livello di astrazione. Nella maggioranza dei casi il registro è stato quello personale, ma non è mancato, in modo implicito o esplicito, il riferimento alla rinascita come una sorta di archetipo dell’immaginario collettivo, con la sua dimensione anche rituale.
L’esperienza personale è stata risolta in universali antropologici, tanto che è stato facile per riconoscere nelle parole delle persone riferimenti a categorie filosofiche di diversi autori, da quelle proposte da filosof* del filone più fenomenologico-esistenzialista, al pensiero più gnoseologico ed epistemologico. E il fatto che emergessero dalle riflessioni e dalle brevi storie, radicati in una filosofia del quotidiano, li ha resi ancora più potenti.

Mi sono immersa in questo caleidoscopio di risposte, provando a rappresentare il sistema dei significati che le persone hanno associato al concetto: ne è risultata una sorta di mappa concettuale, nulla di rigoroso, ma capace, forse, di fare intravvedere il campo di forze che il “rinascere” genera.  La mappa l’ho proprio disegnata, e la vedete in questa pagina. Ogni nodo e ogni connessione meriterebbe una riflessione, ma provo semplicemente a sintetizzare quelle che mi sembrano le linee di forza principali che mi sembra di leggere.

Un primo tema è il rapporto tra nascere e ri-nascere.
Rinascere condivide con il nascere l’essere manifestazione: entrambi dicono di un “venire al mondo”, “venire alla luce” e dicono anche di un atto creativo che fa essere un ente come soggetto che entra in un mondo di relazioni che lo trasformano e che a sua volta trasforma con la sua presenza e con il suo agire.
Ma rinascere ha un prefisso “ri” che segna una differenza radicale con il nascere. Anzitutto, il ri- dice un accadere di nuovo, ma anche un rafforzamento. Nascere è un atto originario, ri-nascere no.
Da un lato questo suggerisce che rinascere è un atto deliberato del soggetto: non si nasce per propria scelta, invece si sceglie, si vuole, si accoglie la rinascita. E dunque, rinascere, implica una responsabilità.
Dall’altro, se la nascita è creazione pura, la rinascita è un atto demiurgico.  Ri-nascendo, dice qualcuno, non si parte dal nulla! Anzi, la rinascita porta con sé un bagaglio di ricchezze, risorse, esperienza che devono essere modellate e selezionate.
In questo si sostanzia la responsabilità della rinascita come possibilità (e quindi libertà) di plasmare in direzione nuova quello che abbiamo e che abbiamo vissuto. E anche di lasciare andare, allorquando scelgo che cosa portarmi nella nuova nascita e cosa no. Rinascere è una riconfigurazione, una conversione. 

Da queste peculiarità si possono anche focalizzare meglio tre caratteristiche del rinascere che la mappa suggerisce.

Anzitutto, il rinascere ha a che fare con il divenire.
Divenire può tradursi in due diversi movimenti: uno ri-voluzionario, l’altro ri-terativo.
Per alcuni, infatti, la rinascita è un’innovazione radicale, uno strappo, una rottura con i modelli precedenti -un cambio di paradigma si potrebbe dire- che apre percorsi e prospettive nuove oppure che riporta all’origine, all’essenzialità e consente una ripartenza per percorrere il cammino con uno sguardo nuovo.
Rivoluzione può essere conversione e rilancio che fa essere qualcosa di inedito o ri-conversione e restaurazione, tornare alle cose stesse: in ogni caso un nuovo inizio che dispiega da un momento in poi la vita in una modalità nuova.

Ma per altri, rinascere non è affatto innovazione: il prefisso “ri” dice non di una metamorfosi, di un germogliare, ma di un fiorire: l’iterazione, l’evoluzione lenta, la crescita continua attraverso piccoli passi che, come gocce, scavano la roccia.  La rinascita è in questa visione un processo continuo, quotidiano, quasi un compimento continuo, consapevole e deliberato del nostro essere nati, un’ “attivazione della vita” che ricorda l’adagio di Maria Zambrano “siamo nati per nascere”. 

Quello che le due visioni hanno in comune è il concepire la rinascita non come evento, ma come un processo. Questo induce a pensare al rinascere in modo dinamico ed evolutivo, che sottrae il soggetto (anche collettivo) alla definizione del “chi sono” e lo colloca in una dimensione di autocostruzione continua della propria identità, in un divenire autopoietico. Mi pare un richiamo al concetto di “div-entità” proposto da Ugo Morelli, seguendo il quale si potrebbe dire che rinascere non è tanto “essere” quanto “diven-essere”.

In secondo luogo, la rinascita riguarda la relazione.
In due direzioni: sia dal soggetto verso il mondo, sia dal mondo verso il soggetto. La rinascita è sempre stimolata da un’esperienza – di vario genere – intesa come incontro con l’altro.
Come direbbe Heidegger “fare esperienza di qualcosa significa che quel qualcosa per noi accade, ci sopraggiunge, ci sconvolge, ci trasforma (…) e fare esperienza significa provare, soffrire, accogliere ciò che ci tocca adeguandosi ad esso” (In cammino verso il linguaggio). 
E se ogni esperienza, dunque, è un incontro trasformativo, un atto cognitivo e dunque autopoietico -usando il linguaggio della teoria di Santiago- allora, a ogni esperienza c’è un rinascere. 
In effetti non rinasciamo mai da soli! In ogni incontro con altri, non necessariamente umani, brilla la “scintilla” di Irigaray che “provoca un risveglio, una consapevolezza del nostro essere, e ci invita a percorrere un altro cammino, adottare un altro metodo, per rispondere a quella nuova presenza.”
La rinascita è dunque sempre un incontro, che può manifestarsi in molteplici forme: una nuova città, una nuova amicizia, un nuovo apprendimento. Ma c’è di più: se non si rinasce mai da soli, rinascendo trasformiamo anche il sistema in cui viviamo. Cambiando in modo sufficientemente significativo posizione e comportamento all’interno del nostro sistema, ne modifichiamo le reazioni, le dinamiche. Nell’atto di rinascere generiamo nuovi mondi. E dunque la responsabilità connessa alla rinascita investe non solo la nostra vita, ma anche tutta la vita che ci circonda.

Infine: ormai è chiaro, la rinascita ha a che fare con la libertà. Anzi, ne è forse l’espressione.
In quanto scelta, consapevole e voluta, ogni rinascita ci rivela che nulla è pre-determinato e che nella relazione con il nostro ambiente abbiamo diverse possibilità di essere e di agire e che sta a noi fare realizzare l’una o l’altra, dando corpo ad un possibile.  Non si tratta necessariamente della libertà di fare: si può rinascere, come già abbiamo detto, semplicemente scegliendo di lasciare essere, di accogliere, di togliere anziché aggiungere. Sta a noi, facendo leva sulle risorse che abbiamo a disposizione, sulle esperienze e gli incontri che facciamo, sull’organizzazione che diamo al nostro esistere, fare essere noi stessi e il mondo.

Quali sono allora gli elementi emergenti che questa mappa ci suggerisce? Anzitutto l’idea che la rinascita sia un processo creativo e consapevole di interazione e ristrutturazione che suggerisce, per usare le parole di Luce Irigaray, “un modo di pensare e di dire alla costellazione del nostro essere riportandolo alla vita, al suo sviluppo e alla sua condivisione” (L.Irigaray, Nascere): nel processo di rinascita “riconosciamo che la vita, il mondo l’azione sono sistemi aperti” prendendo a prestito questa volta le parole di E. Morain (il metodo I. la natura). La rinascita dice, cioè, la non linearità della vita – capace secondo una delle persone di “piegare il tempo che passa”, dice che la logica che la anima è quella del possibile, della responsabilità di agire, fare essere, attivare risorse, aprire il campo visivo, o semplicemente, accogliere un cambiamento, fare esperienza – nella accezione heideggeriana.

E qual è l’effetto che questo sistema di significati rende possibile? Cosa fa accadere il “rinascere” così inteso? Credo sia il non poterci sottrarre, in quanto uomini, al coltivare la vita, nostra e dei nostri mondi, aprendola a sempre nuove possibilità di sviluppo e generatività.

Ogni rinascita è -come ha scritto una persona – “rendere migliore la Vita”. Ogni vita attraverso la nostra.

Rinascita, Silvia Bona

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