fbpx

Gli inventori dei luoghi che abiteremo

<<Non ho immaginato una figura che non esiste e che mi piacerebbe esistesse. I placemaker esistono già.>>
Elena Granata è professoressa di urbanistica al Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia Civile. Membro dello staff Sherpa della presidenza del Consiglio dei ministri per il G7-G20 2021, è autrice di numerosi saggi e cofondatrice di PlanetB.it. Il suo ultimo libro si chiama Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo (Einaudi, 2021) e racconta le figure emergenti nel campo della rigenerazione dei luoghi.

Elena Granata, chi sono i placemaker?

I placemakers – che potremmo anche definire designer dei luoghi – non sono solo architetti e urbanisti. Sono animatori di comunità, imprenditori civili, sindaci di piccole e medie città che hanno la passione per la rigenerazione dei luoghi. Talvolta persino preti capaci di attivare processi di cambiamento intorno a loro.
Il placemaker dis-urbanizza e de-cementifica, de-costruisce, demolisce e re-integra natura, ri-foresta e ri-pristina ecosistemi, progettando soluzioni ispirate alla natura per contrastare i cambiamenti climatici. Lavora sugli spazi ma anche sui tempi e sulle relazioni tra le persone.


In Italia i placemaker sono una galassia di profili molto diversi, sono urbanisti e sociologi, comunicatori e cooperatori che a un certo punto della loro vita si sono trovati a rigenerare un contesto. Hanno vinto un bando pubblico oppure hanno messo insieme una rete di persone e associazioni, hanno trasformato un’idea in un progetto, coinvolto imprese locali o fondazioni. Ma tutto è avvenuto più o meno per caso.
Infatti, non esistono posti dove si formino queste competenze. Ci si arriva per approssimazione, magari perché si chiudono strade più tradizionali o perché le vecchie professioni tengono fuori i più giovani e i più creativi.

Come lavora un placemaker?

È un ruolo più vicino a quello del regista che dell’esecutore. Tiene insieme i fili, è capace di -e chiamato alla- sintesi. Sviluppa l’intelligenza connettiva. Attenzione: noi siamo abituati a pensare all’intelligenza collettiva, quella che nasce dal confronto tra pari, mentre quella connettiva è capace di collegare fili diversi, di mettere insieme magari minori competenze, ma con maggiore estensione di raggio, come avviene nella rete e in internet dove la nostra possibilità di scambio viene amplificata.
L’intelligenza connettiva consente di trovare legami nuovi tra cose lontane, di mescolare il digitale con l’agricoltura, la piattaforma web con l’impresa, educazione e ambiente. Mette insieme mondi che un tempo erano stati separati.
Somiglia a un direttore d’orchestra: magari non ha fortissime competenze di contenuto -non è il migliore tra i violinisti-, ma il suo compito è accordare, armonizzare. In sostanza, avere chiaro il progetto e la direzione.
Che poi, ahimè, è esattamente quello che nei nostri territori nessuno riesce a fare. Le organizzazioni saltano spesso per conflitti legati a una mancanza di accordo.

Si tratta dunque di lavorare sulle dimensioni immateriali, creative, intuitive, e attivare la società

Parto da un dato drammatico: nel 2020 la massa di oggetti prodotti dall’uomo ha superato la biomassa. La mia tesi è dunque che il nostro compito sia decostruttivo, sostitutivo. Non abbiamo più bisogno di costruire! E questa è una finalità etica: in altre parole, oggi il mandato etico dice che dobbiamo tenere conto degli effetti negativi della nostra azione sul pianeta. Abbiamo il compito di attribuzione di senso decostruendo, dando nuovo valore alle cose.
Questi sono i verbi: rigenerare, riconnettere, ripristinare. Ma non è solo un orizzonte etico.

È un campo economico, nel suo più nobile significato. Rigenerazione urbana, investimento sulla qualità degli spazi pubblici, promozione di un turismo sostenibile, attivazione di percorsi di economia circolare o di economia della condivisione (Sharing), costruzione di comunità energetiche, forestazione sono tutti campi che richiedono competenze, passioni, motivazioni e naturalmente investimenti economici.
È un mondo che oggi può (e deve fare business sostenibile): sono attori economici, non di beneficenza e il placemaker è a suo modo un imprenditore civile. Progetta e non pianifica, coordina e non impone, mescola e non separa.
Il suo metodo è scandito da tre parole cruciali: conoscenza, esperienza, immaginazione.
Innanzitutto, una conoscenza scevra da pregiudizi su luoghi e comunità. Poi c’è l’esperienza, il portarsi dietro la cultura delle conoscenze tacite, quello che impariamo dalle persone e nei luoghi, entrando in sintonia con i bisogni del territorio. E infine dà spazio all’immaginazione. Abbiamo sacrificato questa attitudine lungo tutti i percorsi di scolarizzazione, sacrificata da un certo moralismo cattolico o pauperismo del mondo cooperativo.
Ma l’immaginazione è coltivare la cultura del cambiamento! Il movimento che fa transitare dal pensare che qualcosa non sia possibile al farlo accadere.
È il talento più sacrificato sin dalla scuola. La creatività non c’è nella scuola, ed è il grande omissis nei nostri mondi. Ma si può educare, facilitare, sviluppare.
In sintesi: prima la parte razionale, poi quella esperienziale, infine quella immaginativa (e insubordinata). Fin alle prime due siamo tutti bravi. Ma il lavoro vero comincia dopo: quando siamo capaci di rompere le convenzioni, uscire dalle scatole.

Come formare figure così?

Il primo ambito di cambiamento debbono essere le università.
Io formo architetti e urbanisti e devo pensare a dare loro strumenti adatti a questo tempo, di tipo manageriale, organizzativo, ma anche di mediazione e attivazione di processi. Ma formazione la possiamo fare anche in accordo con imprese e cooperative, uscendo dagli steccati. Sono cose che fanno in tutto il mondo, non le facciamo noi ancora.
C’è una grande domanda di percorsi di formazione che preparino a diventare designer dei luoghi, con le più varie sfumature (dalla piscologia di comunità, all’housing sociale, alla promozione di comunità energetiche).
Fuori da recinti e competenze settoriali.

C’è una grande domanda che parte dai territori e dalle politiche locali. Un vuoto da colmare.

Photo by Firdouss Ross on Unsplash

Lascia un commento