“Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo. I miei spazi sono fragili: il tempo li consumerà”.
Georges Perec (1936-1982), figlio di ebrei polacchi emigrati in Francia negli anni Venti, nel 1940 rimane orfano del padre, ucciso all’inizio della Seconda guerra mondiale, e tre anni dopo della madre, deportata in un lager nazista. Dopo gli studi in sociologia si dedicò a un’intensa attività letteraria.
Membro del gruppo Oulipo (acronimo dal francese Ouvroir de Littérature Potentielle, ovvero “officina di letteratura potenziale”) era stato “adottato” da Raymod Queneau e adorato da Italo Calvino.
Uno dei suoi libri più famosi è “La vita, istruzioni per l’uso” (dedicato alla memoria di Queneau), che narra -con un percorso nello spazio- le vicende di un’immobile con 100 stanze.
Ma esiste un piccolo gioiello, “Specie di spazi”, scritto nel 1974 pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri. “Vorrei che esistessero luoghi stabili, immobili, intangibili, mai toccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati;
luoghi che sarebbero punti di riferimento e di partenza, delle fonti”.
Nell’“avvertenza” con cui si apre il volume, Perec spiega:
“L’oggetto di questo libro non è esattamente il vuoto, sarebbe piuttosto quello che vi è intorno, o dentro. […] Lo spazio. Non tanto gli spazi infiniti, quelli in cui il mutismo, a forza di protrarsi, finisce con lo scatenare qualcosa che assomiglia alla paura, e neppure i già quasi addomesticati spazi interplanetari, intersiderali o intergalattici, ma degli spazi molto più vicini, almeno in teoria: le città, ad esempio, o le campagne o i corridoi della metropolitana, o un giardino pubblico.
Viviamo nello spazio, in questi spazi, in queste città, in queste campagne, in questi corridoi, in questi giardini.
Ci sembra evidente. Forse dovrebbe essere effettivamente evidente.
Ma non è evidente, non è scontato. È reale, evidentemente, e probabilmente razionale, quindi.
Si può toccare. Ci si può perfino lasciare andare a sognare”.
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