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I segni di una vulnerabilità diffusa

Tea Geromini è responsabile del Settore Innovazione e sociale della Casa della Carità. La Fondazione Casa della Carità “Angelo Albriani” è nata nel 2002. Nel 2004 è stata inaugurata la sede di via Brambilla, a Milano, dove la Fondazione porta avanti le sue azioni di accoglienza e sostegno a bambini e bambine, donne e uomini, famiglie che si trovano in gravi difficoltà e hanno più problemi sulle loro spalle. Accanto a questa attività, la Fondazione è impegnata in iniziative culturali dedicate a tutta la cittadinanza.

Per ragionare su come cogliere i segni come elemento di cambiamento, parto dal rileggere l’esperienza di Casa della carità, che in questi ultimi tempi, in piena pandemia, ha lavorato per cambiare il proprio assetto organizzativo. Un lavoro che si è reso necessario proprio per restare fedeli ai valori che hanno dato vita alla nostra esperienza. Ho citato non a caso la pandemia perché questi due anni, durante i quali nessuno aveva elementi predittivi per dire quel che sarebbe successo, abbiamo imparato molte cose. Insegnamenti che oggi sono importanti per dare riposte efficaci in questo momento di ennesimo “diluvio” giunto inaspettato. Ecco, il nostro impegno sta forse nel leggere il cambiamento nella costanza, per poi affrontare il cambiamento nell’inatteso.

La cosa fondamentale è darsi sempre uno spazio di pensiero e di interrogativo. Non dare mai per scontato che sei arrivato a capire e sapere tutto.

Noi ci occupiamo di persone vulnerabili che non è facile inserire nelle categorie classiche. Ci interroghiamo da sempre sulla realtà e ci siamo sempre detti che dalla realtà devi sempre lasciarti interrogare. Negli ultimi anni abbiamo notato che le persone che arrivano da noi portano un livello di complessità molto più elevata. Non si tratta solo dei traumi legati, ad esempio, alla migrazione forzata, ma parliamo di precedenti condizioni di malattia o fragilità psichica. Una complessità davvero maggiore rispetto a quella che eravamo abituati a gestire. Una complessità cui i vari servizi pubblici, pur se eccellenti, non riuscivano a dare risposta organica. Il sistema pubblico oggi è un po’ più affaticato nel trovare risposte originali, fuori dagli schemi.

La pandemia ha reso più evidente questa necessità di cambiamento e di innovazione.

E proprio un evento così inatteso e complesso ci ha messo nella condizione di dire che era il tempo di ripensare al nostro modo di lavorare.

Da una parte ci siamo accorti che era necessario reagire in modo diverso ai mutati bisogni delle persone in difficoltà con un focus specifico sul tema della salute.
Abbiamo, quindi, immaginato percorsi di cura ad “alta intensità riabilitativa” per persone che presentano problematiche mediche (trapiantati, amputati, disabilità permanenti, patologie post-acute ecc.), problematiche psichiatriche, problematiche comportamentali. Qui la dimensione del tempo diventa cardine per lasciare che le persone si affidino e si riesca quindi a inventare come affrontare le problematiche.

Dall’altra parte abbiamo cercato di dare spazio a interventi più personalizzati a seconda delle esigenze di ciascun ospite e al livello di autonomia presente. Fondamentale per noi resta che la sintesi degli interventi non resti compito unico della persona, ma dell’équipe composta da operatori con diverse specializzazioni e competenze in continuo dialogo.

I segnali che vediamo oggi ci dicono che la vulnerabilità arriva a un sempre maggior numero di gruppi (anziani, minori, famiglie, persone sole italiane o straniere). Scorgiamo, però, anche un elemento positivo, ovvero l’attivazione della comunità. Quelle reti che si sono mosse “di pancia” durante le fasi più dure del Covid oggi resistono.

Tutti si sono resi conto, ad esempio, della mancanza dei servizi sanitari locali (sul territorio), che i Medici di medicina generale sono pochi e per lo più chiusi in ambulatori e che la logica del grande ospedale non risponde al bisogno di salute e benessere ma all’erogazione di una prestazione sanitaria.

Come se i territori avessero capito che si può essere parte nel sostegno ai più fragili, anche perché le difficoltà possono coinvolgerci tutti.

Le comunità sembrano dire: mi faccio carico delle esigenze. Percepiamo voglia di essere parte attiva. Questi sono elementi da leggere in modo positivo, segnali che c’è un cambiamento possibile.

Il sistema pubblico è in grado di vedere queste dinamiche?
Forse non riesce perché, come dicevo prima, è assaltato da chi esprime delle difficoltà ed è saturo.
Enti come il nostro, istituzioni che stanno vicino a “quelli che nessuno vuole”, si prendono la briga di raccogliere dall’esperienza facendosi portavoce di cambiamenti in una dimensione pubblica, di restituzione alle istituzioni pubbliche.

Il settore pubblico può fare molto, nonostante il consueto freno costituito dalla burocrazia, sappiamo bene che la vera chiave sono le persone che fanno le organizzazioni.

Conta dunque la dimensione formativa degli operatori, che vada sempre di più verso la dimensione della gestione della complessità attraverso la condivisione dei saperi, e il sistema di governance: una volta di più occorre spingere affinché la co-progettazione e la co-programmazione tra pubblico e privato con il coinvolgimento della comunità, non siano solo intenzioni, ma pratiche.

Se la governance è interpretata come continuo processo di relazione, allora davvero è possibile dare origine al cambiamento.


Photo by Sasha Kim @ Pexels

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