Il fattore tempo

Damiano Rizzi, psicologo e psicoterapeuta, è fondatore e presidente di Soleterre, una Fondazione la cui missione da vent’anni è tutelare l’applicazione del diritto alla salute. Ha coordinato progetti di sviluppo e supporto psicologico e sociale in diversi Paesi del Sud del mondo.
Per le iniziative a favore dei bambini poveri e malati di cancro in Ucraina ha ricevuto con Soleterre la Targa d’Argento della Presidenza della Repubblica italiana. Nel 2013 ho fondato con altre persone l’associazione Tiziana Vive, rete contro la violenza nei confronti di donne e bambini e ha ricevuto nel 2016 il Premio Giuseppe Dossetti per la Pace.

Damiano Rizzi, hai lavorato in contesti dove le parole crisi ed emergenza sono la quotidianità.

Queste due parole, “crisi” ed “emergenza”, fanno una richiesta, e tracciano una linea temporale ipotetica. Esse infatti portano con sé, da subito, il seme di quel che poi maturerà nel tempo. Ecco dunque: in qualche modo – come chiarisce anche l’etimologia delle parole stesse – la crisi porta con sé la necessità di una scelta, e l’emergenza l’atto l’uscire, “portare fuori”.
Se le mettiamo insieme, crisi ed emergenza, esse poi sembrano invitarci a un processo trasformativo, a una trasformazione. Un processo che avviene nel tempo, che ha bisogno di tempo. Crisi ed emergenza, scelta e trasformazione.

Non è un processo semplice. Anzi, molto complicato: quando si presenta una crisi è scarso il tempo di attuare la trasformazione cui siamo chiamati, che la crisi ci impone. Non sembra bastare il tempo per far emergere la “scelta” che si rende necessaria e per poi consolidarla.
Le crisi sono proprio una lotta contro il tempo: serve attivarsi, attuare scelte quasi di sopravvivenza, le migliori possibili in quel momento. Ecco perché non tutti ce la fanno, non tutti riescono a scegliere in quel tempo scarso. Non tutti sanno di potercela fare, anche.
Solo con un maggiore tempo, e maggiori costi, arriva -se arriva- la trasformazione.

Avete lavorato nel momento peggiore della pandemia negli ospedali, a fianco di pazienti e familiari colpiti dal Covid.

Durante la pandemia qualcuno si è attivato, ma non tutti. Ho visto situazioni che oscillavano tra l’iperattivismo -a volte in forma quasi primitiva, una frenesia che non faceva mai star fermi- e l’immobilità totale.
Come ho detto, qualcosa che arriva in maniera repentina per sua natura ti lascia solo il tempo di reagire e sopravvivere. Così è accaduto con la pandemia.
Ma poi si dispiega il tempo, le cose si sistematizzano e si è costretti a movimenti trasformativi, che sono sempre latenti nell’individuo.
Un po’ come se per ognuno dei nostri pensieri ci fosse un contro-pensiero; e da lì nasce un conflitto. Sono due pulsioni di vita e di morte -come quella che proviamo verso l’amore per la famiglia e la paura di perdere gli affetti in competizione, spesso, con l’impegno per il lavoro- che riportano a Freud, al bisogno di un doppio registro conflittuale.
È così e in qualche modo, in questa dinamica paradossale, serve stare in equilibrio. E poiché il paradosso, per sua natura, non ha soluzione, ciascuno ricerca la sua via di mezzo, tenendo a mente che ci sarà un momento per ogni cosa.
Non è così facile, ancora una volta, e non tutti ce la fanno: per molti il momento presente vale di più, e nel conflitto si soccombe.
In questa dinamica che cos’è dunque importante? Io credo comprendere che è nelle trasformazioni che si vede chi riesce a mettersi in un campo di crescita e adattamento.

Vale anche per le organizzazioni?

Abbiamo finora parlato di processi mentali personali, ma il ruolo delle organizzazioni è fondamentale. Partendo dal presupposto che le persone possono farcela, ma anche no, nelle organizzazioni ci sono delle responsabilità, e chi ne è titolare deve fare in modo che tutti si mettano nelle condizioni di attuare la trasformazione cui le crisi e le emergenze chiamano.
Penso alla didattica a distanza, ad esempio, e al fatto che abbiamo dato per scontato che bastasse accendere un computer. Invece no, sia studenti sia insegnanti non erano preparati, perché tutta la possibilità di processare il linguaggio non verbale veniva meno.
Ovvero: in un’ottica organizzativa la trasformazione va condotta. È importante non lasciare sole le persone; e l’organizzazione è importante, ma non per la retorica dell’essere bravi e preoccuparsi dei lavoratori, affinché siano più produttivi.
In altri termini: occorre pensare la mente come a un contenitore, e il pensiero come contenuto. Le preoccupazioni occupano il contenitore, e se una persona ha tanti pensieri, più di quanti riesca la mente a contenerne, entra in crisi.
Quando si incontra un terapeuta, il contenitore si allarga: quindi poco a poco il contenuto, per quanto disturbante, lascia spazio e non occupa tutto.
Ecco, la stessa funzione, in un certo senso, ce l’hanno le organizzazioni. Se l’organizzazione vede i bisogni, se “allarga” il contenitore, funziona.
Lo può fare in tanti modi: percorsi di formazione, momenti condivisi, senso di appartenenza… Azioni che fanno sì che ci si senta protetti, mentre da soli siamo persi. E quando una persona è in crisi, è sola.
In emergenza e crisi vanno create possibilità, contenuti vivibili, affinché, col tempo, emerga la scelta. Nel lungo periodo tutti quanti dovranno prima o poi scegliere.

La trasformazione è una necessità.

La cosa importante da centrare è che la mente ci pone sempre la richiesta di trasformazione. Sia nelle crisi, sia nei momenti ruotinari, c’è sempre una domanda di miglioramento. E all’interno della vita di ognuno di noi c’è sempre la sensazione di un tempo che ci accompagna.
Solo che per chi ha la mente funzionante questo tempo è passato, presente e futuro. Per chi è in difficoltà c’è solo il presente.
In tutti i casi non si può fare a meno di considerare il tempo, fattore determinante specie quando ti avvicini a persone in casi seri di necessità. Penso a quando dici a un papà o una mamma che il proprio figlio ha un tumore. È importante restituire loro la sensazione del tempo, che c’è un tempo davanti, un futuro possibile. Anche di fronte alla peggiore delle catastrofi -tuo figlio gravemente malato- riuscire a far introiettare tutto questo è terapeutico.

C’è un modo per prevenire crisi ed emergenze?

Fare prevenzione di solito è di poco appealing: ci fa sorridere fare le esercitazioni antincendio, poi però gli incendi capitano. La pandemia ci ha messo di fronte ai problemi che nascono quando si hanno piani di prevenzione. Allo stesso modo, dallo psicologo si arriva quando è già tardi, e l’incendio è già diffuso.
Forse sarebbe meglio se ci si abituasse di più a fare cose che sembrano inutili, come prevenire situazioni di sofferenza, solitudine e crisi. Invece non lo fanno gli individui e non lo fanno le organizzazioni.
Sembra piuttosto che tutta la società sia in uno stato di emergenza costante, secondo un modello prevalente nel quale tutto deve girare veloce, tutto è adesso, e muovere resistenze non è facile. Così però si rischia di non scegliere più, di annullare la possibilità stessa di una scelta che la crisi porta con sé, e con essa la possibilità di trasformazione.

Photo by Allec Gomes @Unsplash

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