<<Si è detto più volte -nella storia della sua integrazione- che il progetto europeo avanza a scatti, a strappi addirittura, oppure non avanza affatto. Ovvero: in tempi normali tutti gli attori coinvolti -governi, ma non solo- tendono a trattenere per sé il più possibile le leve del comando a loro attribuite. Questo porta solitamente a situazioni di stallo nel gioco negoziale tra gli Stati, anche nella relazione con le istituzioni europee già esistenti. Queste situazioni però poi si dimostrano inutili e dannose quando dall’esterno arriva un elemento di crisi che coinvolge tutti. Negli anni recenti la crisi finanziaria, oggi prima le migrazioni e poi la pandemia>>.
Emanuele Spina è docente ed esperto di politiche dell’Unione europea. Lo abbiamo raggiunto a Bruxelles dove vive e lavora.
In questi momenti di grande crisi come avanza il progetto di integrazione?
Accade quando proprio sembra che stia per crollare, quando c’è la pistola puntata alla tempia. Fortunatamente in questa crisi si è visto un passo -che io definirei più un balzo- epocale. Tanto rilevante che forse ce ne renderemo davvero conto fra anni.
Il balzo che fa oggi l’Unione europea nella natura delle misure messe in campo per fronteggiare la pandemia -piu’ ancora che nella loro dimensione- è paragonabile forse solo alla nascita della moneta unica. Ma forse è anche più significativo. È un balzo in avanti di decenni.
Può essere utile fare un paragone con quel che accadde all’indomani della crisi finanziaria del 2008. Ci fu uno scatto in direzione dell’unificazione, in particolare nella predisposizione di quella sovrastruttura normativa che oggi fa sì che la gestione della supervisione e del controllo sull’attività finanziaria e bancaria non sia più affidata ai singoli Stati, ma centralizzata a livello comunitario. Parallelamente però emersero problematiche di natura politica e di solidarietà fra Stati che tutti ricordano, a partire ad esempio dalla vicenda greca. Quel paradigma -unificazione da una parte, atteggiamenti egoistici dall’altra- con la crisi attuale sembra sia stato completamente spazzato via. L’ottica è cambiata. Non siamo passati dall’inferno al paradiso, ma a livello politico le cose sono profondamente diverse -a partire dall’atteggiamento della Germania-.
Le organizzazioni e la società civile italiana hanno compreso questo balzo?
Io credo che complessivamente manchi ancora piena consapevolezza in tanti ambiti della società, comprese le organizzazioni -ovviamente con le dovute eccezioni-.
Basterebbe forse far l’esercizio di chiedersi come sarebbe la nostra situazione se non ci fosse l’istituzione europea. L’esempio del fare parte della moneta unica è clamoroso da questo punto di vista: se la crisi di oggi fosse avvenuta in un contesto di moneta e debito nazionale senza la BCE che calmiera, oggi sarebbe inimmaginabile sopravvivere. Dieci anni fa si parlava solo di spread, e di quanto costasse all’economia italiana. Oggi l’economia affossa -ovvero le imprese falliscono, le banche vanno in sofferenza, e tutto si riverbera sulle finanze pubbliche- eppure nessuno menziona lo spread, che in effetti non è un problema. E non lo è grazie all’Europa.
Penso che le organizzazioni che sono consapevoli dell’orizzonte sovranazionale, quelle che hanno compreso il balzo in avanti che sta avvenendo, saranno sicuramente avvantaggiate a livello culturale ma anche a livello economico.
Lo si vede nei picchi di competenza estremamente alta di chi da anni ha capito quest’ottica. Tuttavia non credo sia una cultura abbastanza diffusa, ad esempio in tema di finanziamenti. In alcuni Paesi membri ci sono strutture pubbliche che fanno un po’ da collettore e distribuiscono competenza offrendo servizi per poter accedere alle linee di finanziamento europeo. Per quello che so in Italia ci sono casi di eccellenza ma complessivamente le realtà imprenditoriali devono contare sulle proprie forze, ed è necessario che quelle forze siano orientate: vuol dire saper leggere programmi a lungo termine, cogliere le occasioni e anche farsi sentire presso le istituzioni europee. Ad esempio il Parlamento è molto ricettivo sulle attività di lobby, parola da noi ambigua ma in realtà fondamentale se agita in senso positivo.
Le organizzazioni dovrebbero farsi carico di fare cultura pro-Europa?
Credo di sì, e il fatto che ne facciano poca è piuttosto deleterio. Non ha senso girarsi dall’altra parte facendo finta di vivere ancora in un contesto di Stato nazionale. Basterebbe aprire gli occhi per influire e cogliere gli enormi vantaggi che ci sono.
Detto questo, le problematiche di cui sopra -se allarghiamo lo spettro- non pongono l’Italia in fondo alla coda, anzi il nostro Paese -soprattutto le realtà imprenditoriali di alcuni settori- sono in posizione abbastanza buona come consapevolezza. Magari meno se guardiamo all’efficacia.
Si tratta dunque di un problema comune -con casi estremi come il Regno Unito, l’Ungheria e la Polonia- ma nel blocco centrale europeo la situazione è più o meno comune.
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