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Il linguaggio tende a essere conservativo. Ma può contribuire al cambiamento

Maria Cristina Caimotto, PhD, insegna Linguistica inglese all’Università di Torino. Esperta di ecolinguistica e analisi critica del discorso. È autrice di Discourses of Cycling, Road Users and Sustainability: an Ecolinguistic Investigation. Ha collaborato alla pubblicazione di Lessico e Nuvole: le parole del cambiamento climatico, la guida linguistica e scientifica sui cambiamenti climatici pubblicata dall’Università di Torino e alla relativa mostra Linguaggio, comunicazione e percezione della crisi climatica.

È vero, spesso non comprendiamo i segnali che abbiamo davanti. Ma bisogna essere onesti: i segnali espliciti sono perlopiù espliciti dopo, quando ormai è facile distinguere cosa era più importante per interpretare la realtà.

Il linguaggio ha un ruolo molto preciso da questo punto di vista perché agisce da filtro interpretativo. È attraverso il linguaggio che descrivo la realtà, la realtà oggettiva esiste al di là di come ne parlo, ma dal momento in cui ne parlo applico sempre un filtro, più o meno intenzionale, ma mai neutro. Attraverso il linguaggio leggo ciò che accade, do un’interpretazione, e dunque delineo scenari. Allora il primo punto fondamentale è ribadire che dal suo punto di vista specifico, il linguaggio è per sua natura conservatore. Ancora oggi, in quel che diciamo, permangono elementi antichi, stereotipi che pensavamo superati ma che continuano a esserci, secondo modalità che perlopiù ci sfuggono.

Sono processi molto inconsci, meccanismi che vanno tutti ricondotti alla tendenza a mantenere una certa conservazione delle idee: perché lo status quo è rassicurante.
Al contrario, mettere in discussione il tuo mondo e il modo in cui lo hai sempre interpretato è un processo difficile da accettare, e quindi si tende a rifiutarlo.

Nel 1999 Donella Meadows pubblicò il suo celebre articolo sui “12 punti di leva” sui quali intervenire per cambiare un sistema. Il punto più potente di tutti è legato al linguaggio, è “il potere di andare al di là dei modelli”. Ovvero: “c’è un punto di leva ancora più grande del cambiare paradigma. Che è mantenersi indipendenti nell’arena dei paradigmi, mantenersi flessibili, capire che nessun paradigma è ‘vero’ e che tutti, incluso quello che dolcemente modella la tua visione del mondo, è una comprensione tremendamente limitata”.

Ci sono idee che per secoli non vengono messe in discussione. Ad esempio la schiavitù: oggi l’idea che un essere umano possa legalmente possederne un altro e disporre della sua vita anche uccidendolo non è più accettata. Anche se esistono purtroppo forme di sopraffazione che sono estremamente vicine alla schiavitù, l’idea di schiavitù stessa è superata perché abbiamo messo in discussione l’idea su cui si fondava. Invece è legale, e la maggior parte di noi ritiene perfettamente legittimo, disporre della vita di altri animali per la soddisfazione dei nostri bisogni. Di solito non ci poniamo domande in merito, “è sempre stato così”. Ecco, Meadows sostiene che occorre riconoscere qual è l’idea del mondo da cui ti lasci cullare, e metterla in discussione.

Le questioni discorsive riflettono la nostra visione “comoda” del mondo. Ma attenzione, perché il linguaggio -se per sua natura conferma-, è anche in grado di contribuire al cambiamento.
Le persone che hanno cambiato per sempre l’umanità perché hanno saputo intuire e riconoscere ciò che nessun altro vedeva, hanno introdotto nuovi paradigmi attraverso un nuovo linguaggio e hanno trasformato ogni cosa. Sono le persone che non si sono lasciate cullare, ma si sono fatte le domande che nessuno si faceva.

Introdurre parole nuove ci serve a dare spazio nella società a un dibattito che non esisteva perché le precedenti categorie, le parole che usavamo, ci impedivano di vedere la questione. Per esempio M.A.K. Halliday, già nel 1990, faceva notare come riconosciamo il sessismo e il razzismo nel linguaggio e abbiamo comitati e strategie per evitare e rimuovere queste forme di discriminazione. Ma non facciamo altrettanto per il classismo. E questo, spiega Halliday, succede perché il sistema economico su cui si regge la nostra intera società potrebbe continuare a funzionare anche se eliminassimo del tutto sessismo e razzismo ma, se davvero eliminassimo il classismo, la società capitalista non potrebbe più reggersi perché non potrebbe esistere senza la discriminazione tra classi e dovremmo mettere in discussione l’ordine sociale.

Arriviamo al caso specifico della crisi climatica: abbiamo tutti i segnali -dati, evidenze scientifiche, casi studio…- e tuttavia non riusciamo ad agire veramente. Siamo immersi in una società che fonda il sistema economico sul consumo eccessivo, sullo spreco, e siamo costantemente invitati a consumare per costruire e mantenere la nostra identità. Per dirla con le parole di Tim Jackson, “spendiamo soldi che non abbiamo comprando cose di cui non abbiamo bisogno per fare un effetto che non durerà su persone di cui non ci importa davvero”.

Allo stesso tempo siamo messi di fronte all’imminente distruzione della vita come la conosciamo se non smettiamo di fare quello che la società in cui siamo immersi ci spinge continuamente a fare. Allora iniziamo ad accarezzare l’idea che esista un complotto, che qualcuno abbia interesse a mantenerci ciechi di fronte ai fatti che l’IPCC ci ripete con crescente precisione scientifica e senso di urgenza. Ci convinciamo che qualcuno sia in grado di controllare l’ideologia dominante attraverso il linguaggio. Purtroppo quella del complotto è un’illusione, sarebbe molto più facile fermare queste persone immaginarie, seppur tanto potenti. Il discorso dominante, la comoda visione del mondo, è il risultato in costante evoluzione di ogni scelta discorsiva piccola e grande con cui ognuno di noi contribuisce, in linea o in contrasto con quella egemonica.

Proviamo allora a concludere con una piccola guida linguistica per aiutarci a capire come porci le domande che non ci stiamo ponendo. Quando leggiamo le dichiarazioni di un politico, o un documento ufficiale, o ascoltiamo una conversazione al bar soffermiamoci sui pronomi. “NOI chi?”, “LORO chi?”. Identifichiamo le etichette, le categorie e chiediamoci a chi le stiamo applicando, e perché. Le categorie servono a identificare, creare gruppi, quindi interessi di parte (creando o nascondendo conflitti, a volte).

Pensiamo all’espressione “stakeholder”: chi sono i “portatori di interesse”? Se una fabbrica sversa inquinanti nel fiume, gli stakeholder hanno interessi molto discordanti tra di loro (ci sono i dipendenti della fabbrica ma ci sono anche i cittadini preoccupati della qualità dell’acqua che bevono e molti apparteranno a entrambe le categorie allo stesso tempo). Sono gruppi non omogenei: se impacchetti tutto nella categoria “portatori di interesse” camuffi la realtà, celi i segnali.

Identifichiamo i verbi e cerchiamo chi fa l’azione. Se il verbo è stato trasformato in un sostantivo, riportiamolo a verbo e cerchiamo di capire di preciso chi fa, o dovrebbe fare, che cosa. “Sviluppo sostenibile” deriva da sviluppare e sostenere. Sono tra l’altro due metafore e si portano quindi dietro significati impliciti che ci arrivano sul piano emotivo e non su quello razionale. Un sostantivo descrive un fatto, un verbo descrive un processo, se dimentichiamo che è un processo dimentichiamo che è il risultato di scelte e dimentichiamo che esistono scelte alternative, ci sentiamo messi di fronte a un fatto non alterabile. Questo è molto evidente se pensiamo alla parola “globalizzazione”.

Ma, alla fine, come si cambiano i paradigmi? Lasciamo rispondere Meadows: “continuando a puntare il dito contro le anomalie e i fallimenti del vecchio paradigma. Parlando e agendo, forte con sicurezza, in base al nuovo paradigma. Inserendo persone con il nuovo paradigma in luoghi di pubblica visibilità e potere. Non perdendo tempo coi reazionari, ma lavorando con gli agenti attivi del cambiamento e con la vasta terra di mezzo delle persone che hanno una mente aperta.”

Photo by Piotr Laskawski @ Unsplash

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