Andrea Donegà, è operatore della Cisl Lombardia, fino al febbraio 2021 è stato Segretario generale della Fim Cisl Lombardia.
Nel parlare di lavoro mi torna sempre in mente un libro di una decina di anni fa. Si intitola “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli” e lo ha scritto il giornalista e scrittore Antonio Menna, poco dopo la morte del fondatore della Apple.
Due giovani chiusi in un garage di Napoli si inventano il computer del futuro: sono Stefano Lavori e Stefano Vozzini, due ragazzi dei Quartieri Spagnoli, che per avviare l’attività e vendere il loro rivoluzionario computer si scontrano con il peggio del Belpaese.
I temi toccati sono noti: la difficoltà di accesso al credito -i due sono costretti a chiedere soldi ai genitori-, lo scontro con la burocrazia -il garage non è in regola e i permessi per avviare l’attività infiniti-, i ritardi nell’erogazione di fondi, e infine la criminalità che chiede conto.
Un Paese nel quale uno dei principali “drammi” è la produttività, che non vuol dire lavorare di più, ma avere il massimo ritorno dagli investimenti fatti mettendo le persone nelle migliori condizioni per esprimere il meglio di sé. Il guaio sta nel fatto che gli investimenti sono ostacolati dai temi di cui sopra, cui andrebbe anche aggiunta una differenziazione territoriale particolarmente marcata. Si tratta di risorse sprecate, che vengono sottratte a ulteriori investimenti e naturalmente a una migliore remunerazione del lavoro.
Che rimane una questione prioritaria: in Italia non potremo mai parlare di “meritocrazia” se non si farà una seria battaglia non tanto sulla parità di trattamento, quanto sulla parità di opportunità.
Non c’è solo questo, ovviamente. Ad esempio, mancano criteri oggettivi di valutazione della prestazione di un lavoratore. In un mercato del lavoro così complesso come quello italiano, dove esiste grande precarietà, le aziende ne approfittano, e da qui la concorrenza al ribasso tra i lavoratori. Il continuo arretramento sui diritti e la marcata precarizzazione del lavoro hanno fatto passare nelle coscienze, e menti, collettive il concetto che l’importante è avere un lavoro, quale che sia.
Un esercizio diffuso nel nostro paese, quello di fare continui paragoni al ribasso, con chi sta peggio. In questo modo l’Italia continua ad arretrare su tutto il fronte e gli ultimi, troppo spesso, anziché essere quelli da aiutare restano nel migliori dei casi la pietra di paragone per tutto il resto, quando invece non diventano quelli da cui difenderci in un infinito derby tra ultimi e penultimi in cui a soccombere è la collettività.
Ecco perché il tema, anche su fronte occupazionale, resta avere un lavoro, e ahimè non tanto un lavoro ben retribuito o che risponda alle proprie ambizioni. Anche per questo la pandemia è stata l’occasione, per molti, di disfarsi di un lavoro che non piace. Una situazione che in America è stata definita inizialmente “the great resignation” e ora “the great rethink” ma, al di là della definizione, resta un fenomeno da analizzare.
Ecco un altro “dramma”: siamo nella quarta rivoluzione industriale, dove anche il lavoro operario è cambiato e vengono chieste ampie responsabilità e nuove competenze che tuttavia non vengono pagate. Così come non viene riconosciuta -e quindi retribuita- la richiesta di continua capacità di apprendere e di adattarsi.
Non è un caso che a cattive condizioni di lavoro, ad ambienti insalubri e sporchi, a una elevata precarizzazione, corrispondano maggiori infortuni. Nonostante sia chiaro a tutti, per tornare a quanto detto poco fa, che dove il lavoro è meglio retribuito, dove il clima è più sereno, dove le persone hanno maggiori sicurezze, la produttività è maggiore, con benefici diffusi per tutti.
Perché investire in capitale umano, oltre che rendere felici le persone, fa guadagnare le aziende. Se le persone sono valorizzate si crea un ambiente di lavoro che produce vantaggi. Eppure, non tutte le aziende lo capiscono.
La formazione è una questione agganciata a tutto questo, salario compreso. Considero il capitale umano l’asset più importante per un’impresa, che tuttavia non figura a bilancio se non come un costo. Invece dovrebbe entrare nello stato patrimoniale. È necessario investire sul capitale umano, un po’ come si investe in ricerca, innovazione, macchinari. Altrimenti l’azienda va fuori mercato.
La professionalità richiesta quanto è distante da quella espressa? Più le competenze del lavoratore stanno agganciate alle traiettorie di sviluppo dell’impresa, maggiori saranno i vantaggi per tutti e importanti i benefici in termini di produttività. Maggiore è la produttività maggiori saranno i ritorni su investimenti, su nuove assunzioni e su incrementi salariali.
Nella mia esperienza tra i metalmeccanici, arrivammo a sfidare le imprese su questo terreno con una proposta innovativa e provocatoria, dicendo che le aziende che non investono sul capitale umano andrebbero tassate come accade per chi inquina. Se non investi sui lavoratori e sulla loro formazione, stai depauperando l’azienda, senza però dirlo agli azionisti. È come infilare in bilancio crediti deteriorati e considerarli ancora buoni. Le imprese che non valorizzano il proprio capitale umano finiranno per “scaricare” nella società esternalità negative, sotto forma di prepensionamenti, assistenzialismo e disoccupazione, lasciando le persone da sole con il loro fardello di competenze esauste che renderà difficile un loro reimpiego, abbandonandole al proprio destino. Queste imprese devono essere tassate esattamente come le imprese che producono CO2 perché, nei fatti, inquinano il mercato del lavoro impoverendolo e spingendo tutti ai margini della competitività globale. La strada è già tracciata e porterà le aziende a pubblicare il bilancio del capitale umano, così come si redige il bilancio del capitale finanziario: l’enorme asset che hanno le imprese, il capitale umano appunto, non è mai stato espresso in bilancio se non come costo del personale.
Se le competenze invecchiano e non vengono manutenute, l’azienda rischia di non riuscire ad affrontare i cambiamenti sempre più veloci che il mercato richiede, rischiando di finire fuori strada, producendo un danno a tutti gli stakeholder, lavoratori e azionisti, tenuti all’oscuro dalla mancata certificazione e valorizzazione di questo fondamentale patrimonio. Imprese virtuose, viceversa, devono avere finanziamenti e accesso al credito agevolato. È un tema di sostenibilità economica dell’impresa che si incrocia, fortemente, con il tema della sostenibilità ambientale, altra sfida che abbiamo davanti.
In questo va registrato che in Italia le grandi imprese hanno la produttività migliore, molto vicina a quella registrata in Germania per dire. Quelle piccole invece l’hanno pessima; solo che le piccole sono la maggior parte delle imprese italiane. Che troppo spesso non hanno strumenti tecnologici né intellettuali per poter investire in innovazione organizzativa e di prodotto, rischiando di restare ai margini del mercato.
Industria 4.0 e tutta la partita della transizione energetica e tecnologica devono essere di pungolo affinché l’Italia faccia tutto il necessario – il PNRR in questo senso è una grande opportunità da non sprecare – per rimanere agganciata a un mercato “alto”, fatto di investimenti e prodotti ad alto contenuto tecnologico e innovativo, con condizioni di lavoro migliori e salari più alti.
Arretrare vuol dire sprofondare dove la concorrenza è fatta sulle condizioni di lavoro pessime, sui bassi salari, sul lavoro nero, sulla precarietà e sugli infortuni. Non è il futuro che immaginiamo per i nostri figli.
Oggi, purtroppo, nessuno si occupa del ciclo di vita delle competenze del capitale umano, senza cui non c’è futuro per l’industria, che saranno il nuovo fattore di competitività delle imprese, unitamente alla valorizzazione dei giovani high skill, tanto dal punto di vista retributivo che di carriera, fermando la fuga all’estero verso chi quelle abilità le sa attrarre e valorizzare.
Dal lato dei lavoratori la dinamica è duplice: da una parte, come dicevamo prima, scatta la nota trappola psicologica -comune non solo nel mondo del lavoro- per cui sempre meglio avere un lavoro mal retribuito rispetto alle proprie competenze che non averlo affatto.
Dall’altra parte, parlare di “fuga di cervelli” è fin riduttivo: viviamo da tempo un lockdown del sistema formativo e di un paese che non punta sui giovani, che non investe in istruzione e che non valorizza i talenti, condannandosi a invecchiare, a veder partire i propri figli e impoverirsi non solo economicamente ma anche socialmente e culturalmente.
L’educational mismatch, ovvero lo scollamento tra il mondo della formazione e il mondo del lavoro, è il prodotto del disallineamento della preparazione offerta dalle scuole con le esigenze professionali delle imprese e del ritardo di molte nostre aziende nel raggiungere un livello di innovazione tale da poter accogliere le alte professionalità.
In Italia si finisce per assumere laureati laddove la laurea non servirebbe, creando frustrazione tra i laureati stessi che si sentono sotto qualificati rispetto al proprio percorso di studio che viene percepito come inutile e che, quindi, può essere tranquillamente abbandonato; dall’altro lato, lo Stato si stente legittimato nello smettere di investire in istruzione e formazione; i pochi laureati, e i migliori, vanno all’estero.
L’Italia, con il suo 28% di laureati tra i 25 e i 34 anni, contro il 47% della media Ocse, è l’unico paese dell’Unione Europea in cui la spesa per interessi sul debito pubblico supera quella per l’istruzione. Un paese che produce pochi laureati, e da cui i laureati emigrano, è un paese che ne produrrà fisiologicamente meno e da cui i laureati stessi emigreranno sempre più. Un deserto intellettuale che tiene alla larga gli investitori, esteri e non, facendoci accumulare ritardi in tecnologia e innovazione rispetto agli altri paesi industrializzati.
Quanto maggiore sarà questo gap, tanto minore sarà il bisogno di avere figure professionali ad alta scolarizzazione. E meno ne avrà bisogno, meno ne formerà, o investirà per formarle, sapendo che una volta formate se ne andranno. Un corto circuito totale che rischia di far calare il sipario sul nostro futuro.
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