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La mia idea di impresa di comunità

Ha fatto la storia del design italiano. Oggi, con la sua Fondazione, Michele Alessi affianca le Pmi di Verbania e dintorni. Una storia che arriva da lontano. 

di Eugenia Montagnini e Francesco Gaeta

“Un’impresa, se persegue in modo responsabile i propri fini, se ricerca coscienziosamente il proprio bene, ricerca al tempo stesso il bene del contesto in cui è inserita”. Michele Alessi, imprenditore di Omegna, una storia familiare e aziendale entrata nei manuali dell’industria e del design, riassume così il nesso tra impresa e territorio. Un legame per lui diventato ancora più forte in tempi di Covid19 e di nuove navigazioni, dopo quella durata 44 anni dentro l’impresa di famiglia.

Nel 2018, uscito dall’azienda fondata dal nonno Giovanni nel 1921, Michele Alessi ha dato vita alla Fondazione Buon Lavoro, per “dare un contribuito alla transizione verso un’economia al servizio dell’Uomo” attraverso “progetti sia di ricerca che di intervento operativo”. Una mission che è stata aggiornata dal Covid 19. “Non solo aiutare le imprese a sopravvivere ma a trasformarsi: noi sosteniamo le “buone imprese” a evolvere, cioè a rendersi sempre più sostenibili, inclusive e responsabili. Questo tipo di imprese sono un patrimonio del territorio. Il loro bene e quello del territorio coincidono”.

In questi giorni, la Fondazione ha avviato il progetto ViCinO al VCO, dove la sigla sta per Verbanio-Cusio-Ossola. In un pezzo di questa provincia, il Cusio, “un tempo sorgeva quel che si definiva allora un distretto”, quello del casalingo di qualità. Nomi come Alessi, Bialetti, Lagostina, Calderoni, Girmi. Sinergie di competenze e forniture, legami aziendali e sociali fusi su un territorio cresciuto insieme a questi brand, diventati globali. Fino a una crisi diventata negli anni irreversibile: “Un po’ di sensibilità in più sulla perdita di competenze che la globalizzazione ha comportato avremmo dovuto averlo tutti, collettivamente”.

Quel distretto oggi non esiste più. E non c’è più la Rhodiatoce che a Verbania dava lavoro a 5.000 persone su 15.000 abitanti. Quel che è rimasto è un pulviscolo di microimprese che rischiano di essere travolte dall’onda della depressione in arrivo. “ViCinO al VCO è nato per questo: informare, orientare e sostenere le imprese dell’area perché possano resistere e trasformarsi”.
Si è partiti nei giorni scorsi con un sondaggio rivolto agli imprenditori, per fare emergere i bisogni. ”Hanno innanzitutto bisogno di chiarezza: leggono numeri eclatanti sui fondi in arrivo da Roma e Bruxelles ma non sanno bene come accedervi. C’è poi un aspetto finanziario: la preoccupazione di stare in piedi con i conti. C’è infine, ed è la cosa per noi essenziale, la necessità di capire se il proprio modello di business terrà o no sul medio periodo”.

A tutto questo la Fondazione Buon Lavoro risponde con webinar interattivi, e con consulenze personalizzate sui modelli di business e sulle aree aziendali da rafforzare. “I webinar inizieranno l’ultima settimana di giugno: sono personalmente molto curioso di vedere le reazioni dei partecipanti e lo spirito che si creerà. Nessuno, noi per primi, ha una ricetta in mano. Si tratta di cercarla insieme, di capire insieme strada facendo. Solo confrontandoci collettivamente troveremo un filo da tirare”.

Intanto arrivano segnali importanti. “Sui nostri territori i Comuni hanno dato vita a una raccolta di fondi a sostegno delle micro imprese. La risposta è stata molto positiva. È il segno che queste aziende sono percepite come patrimonio dalla comunità. Più l’impresa si dimostra davvero un bene di pubblica utilità, più la società sarà portata a sostenerla”.

Ci sono in tutto questo evidenti echi olivettani, una idea di impresa di comunità non lontana né idealmente né geograficamente. C’è soprattutto una storia personale e familiare. “Mio nonno ha dato vita alla sua impresa dopo essere andato a bottega e avere imparato da altri. La Alessi è nata da quella esperienza, da un apprendimento individuale poi diventato collettivo e partecipato. Negli anni si è provato a concretizzare la riconoscenza per ciò che si era ricevuto restituendo qualcosa al territorio”.
Per esempio nel 2013, con il progetto “Buon Lavoro – La Fabbrica per la Città”. In una fase di sovraccapacità produttiva che non trova risposta sul mercato l’azienda sceglie di non chiedere la cassa integrazione e dar vita a un progetto di responsabilità sociale: stipendio intatto a tutti i dipendenti e ore di lavoro dedicate a opere di pubblica utilità per la città su base volontaria. Aderisce l’87% dei dipendenti, che “regalano” oltre 10.000 ore alla collettività in servizi di manutenzione, affiancamento ai servizi sociali, cittadinanza attiva. Tutto in stretto coordinamento con il Comune, con cui vengono pianificate le “attività sostitutive”.

“Chiusa l’esperienza in azienda mi sembrava di avere ancora qualcosa da dire – prosegue Michele Alessi – da fare e anche da dare”. La Fondazione Buon lavoro nasce per coltivare la visione dell’impresa e del lavoro sviluppata in azienda. Perché – come si legge sul sito– “curare con la stessa attenzione e con pari dignità il Lavoro delle Persone, il Prodotto e il Profitto (i tre pilastri sui quali si basa l’attività di ogni impresa) è il miglior modo di gestire l’impresa e, al tempo stesso, di svolgere un rilevante ruolo sociale”.

Alla luce di queste premesse si capisce bene la posizione felicemente sbilenca con cui la Fondazione si descrive, nel suo essere centro di ricerca sulla “Buona Impresa” e anche fonte di progetti operativi. “La Fondazione è locale sia per il senso di riconoscenza verso il territorio nel quale prima la Alessi e poi la Fondazione hanno trovato terreno fertile per crescere, sia nell’ottica di massimizzare l’impatto, focalizzando risorse ed energie progettuali su un ambito limitato.
È globale perché crede che, nella riflessione sull’economia e sul lavoro, il suo pensiero dovrebbe essere rivolto concettualmente a tutte le imprese, a tutti i lavoratori”.

Photo by Providence Doucet on Unsplash

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