Giovanni Colombo è un dirigente pubblico. Per 17 anni è stato consigliere comunale a Milano, dove vive e lavora.
Credo che oggi la preoccupazione principale sulle spalle di chi è alla guida di una città sia la tenuta psichica dei cittadini. Assistiamo infatti da un lato all’indebolimento delle reti familiari e di vicinato, dall’altro alla contemporanea pressione performativa che si è creata e grava su ogni individuo. Il risultato è che le persone sono sempre più sole, sempre più sotto pressione.
Innegabilmente questo ha reso complicata la gestione della vita interiore degli individui. La paura profonda è di non reggere, di passare in un battibaleno dalla nevrosi alla follia.
Non solo: c’è anche una sovrabbondanza di stimoli – digitali e non – che producono una sorta di regressione cognitiva, rendendo le persone sempre più manipolabili.
Ho il timore che questo sia un problema che la politica non vuole affrontare. O peggio, temo che la politica -intesa come gestione della comunità – dia per scontato che le persone sia in equilibrio e stiano bene. Purtroppo, non è così. Di conseguenza lo sviluppo dell’interiorità dei singoli diventa un fatto pubblico. Il personale torna ad essere politico.
Ecco, dunque, il presupposto che vorrei darmi nel riflettere di città e tempo. Se il problema è la tenuta psichica, infatti, il tema del tempo non è per niente secondario.
Mi sono reso conto che di fronte alla scarsità di tempo e all’ansia che questo genera – d’altra parte Kronos mangia i suoi figli – l’unica possibilità è dare un ritmo al tempo. Ovvero avere un orario. L’orario è l’arte di dare un nome alle ore. L’ho imparato dai monaci: per non farsi sopraffare dal tempo occorre dargli un ritmo. Più prosaicamente, noi che monaci non siamo abbiamo il problema di come gestire l’orario di lavoro, e di come conciliarlo con il tempo dedicato a tutto il resto, per non divenire schiavi e, alla fin fine, soccombere.
In ambito lavorativo credo che la difficoltà principale, che si evidenzia anche in caso di smart working, sia il collegamento continuo con la massa di dati che arriva sui nostri device. Siamo continuamente interrotti, non riusciamo a concentrarci.
Nel tempo del non lavoro il rischio è di vagare, di girare a vuoto, tanto movimento, nessun spostamento. Com’è possibile organizzare un orario nel contesto odierno che non fa più distinzioni tra la notte e il giorno, tra i giorni feriali e quelli festivi?
Torno ai miei monaci e a un loro brocardo: “conserva la regola e la regola conserverà te”. Che io traduco: “conserva l’orario e l’orario conserverà te”. È la mia lotta di tutti i giorni, ci provo da anni e non sono ancora riuscito a trovare il mio orario giusto.
Oggi si parla di “città dei 15 minuti”. Scherzando mi viene da fare subito un collegamento con il romanzo di Paulo Coelho, Undici minuti, il tempo che la giovane prostituta Maria dedica ai suoi clienti.
I 15 minuti non sono un’idea nuova: in passato si parlava di “policentrismo della città”, di valorizzazione della vita dei quartieri, di mettere a portata di scarpa scuola, farmacia, uffici pubblici. Ora il tema viene rilanciato ma, a mio avviso, non bisognerebbe limitarsi agli interventi per la mobilità sostenibile quanto piuttosto sostenere i negozi di prossimità e i mercati rionali, oggi in grave difficoltà. E comunque va sempre ricordato che per raggiungere alcune funzioni che fanno grande la città (Duomo, musei, impianti sportivi, poli universitari) non basteranno mai i 15 minuti, inutile illudersi.
Una volta che ho risparmiato dei minuti della mia giornata, che cosa me ne faccio?
Questa volta alla mente mi arriva il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, che incontra un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. “Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. «Perché vendi questa roba?» disse il Piccolo Principe. «È una grossa economia di tempo», disse il mercante. «Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano 53 minuti alla settimana»”.
Il risparmio di tempo dovrebbe essere l’occasione per ritrovare lo spazio, il vicino, ovvero la relazione. Non solo la città dei 15 minuti ma soprattutto la città dei 15 metri! A tale distanza puoi vedere i volti. Tornino i volti!
Se c’è un problema di tenuta psichica, come lo guarisci? Con l’ebrezza del contatto.
La psicanalisi ci dice che il noi precede l’io. E la neuroscienza dice che il prossimo sei tu. La meccanica quantistica ci spiega che tutto è in movimento e interconnesso.
Allora non bastano i 15 minuti, i servizi a portata di scarpa, le bici, i monopattini. La vera sfida sono le relazioni. E la città è il luogo per eccellenza dove vivere l’arte dell’incontro (anche se gli scontri ci sono sempre), dove le relazioni sono più libere senza zavorre tradizionali che diventano giudizio.
C’è un ultimo tema: i riti. Stiamo così male perché abbiamo perso i riti. L’uomo è un essere rituale: inventa forme dove spazi, movimenti, cose e relazioni entrano in un uno scambio simbolico che permette di dare senso al tempo. Non c’è vita senza forme rituali che dicano il senso. Torna ancora il Piccolo Principe. La volpe gli spiega che ci vogliono i riti. “Anche questa è una cosa da tempo dimenticata. Il rito è quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora diversa dalle altre ore”. Con i riti i giorni e le ore acquistano significato, si creano le condizioni per coltivare l’attesa e l’attenzione, per “addomesticarci”, per creare legami con gli altri.
A dir il vero anche in questa fase abbiamo riti, ma sono riti tristi: lo shopping, la partita, l’aperitivo, il footing. Quindi la nostra esistenza si ingrigisce. A riti tristi corrisponde un’esistenza triste, a riti felici corrisponde un’esistenza felice. Ecco, il problema del darsi un orario è anche quello di reinventare riti felici, attraverso l’abile combinazione delle nostre azioni elementari: mangiare, toccare, camminare, leggere, cantare, pregare.
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