Liberare tempo per guadagnare spazi di benessere

La Società nazionale di mutuo soccorso Cesare Pozzo, fondata nel 1877, è la più grande tra le realtà italiane che operano nel campo della mutualità sanitaria integrativa, forte di 132 mila soci (e dei loro familiari) cui offre un aiuto quotidiano a tutela della salute e un sostegno concreto in caso di bisogno.

Marco Grassi e Alberto Gaffuri ne sono rispettivamente il Coordinatore Area Commerciale e il Responsabile Comunicazione.

Come esprimono i vostri soci la necessità di un equilibrio tra tempo del lavoro e tempo di non-lavoro?

Partiamo in negativo, ma nel senso fotografico del termine. Ovvero con un’istantanea: noi che cosa facciamo, come Società di mutuo soccorso? Qual è il nostro mestiere? Una risposta è che noi facciamo in modo che le persone ricevano aiuti per le spese sanitarie e socioassistenziali che devono affrontare.

Per questo motivo nei nostri piani di assistenza sono contemplate numerose e variegate prestazioni. C’è anche una sezione che chiamiamo socioeconomica (o anche socioassistenziale), che sostanzialmente consiste in aiuti economici per i nostri associati che hanno bisogno di aiuto di tale natura a domicilio. Ad esempio, nel caso di un’invalidità temporanea (tipo una gamba rotta), può essere necessario un badante. Oppure con la mia gamba rotta mi preoccupo che qualcuno accompagni mia figlia a scuola al posto mio. O più semplicemente che faccia la spesa per me o vada in farmacia.

Non è un servizio di presa in carico di una persona, ovviamente. Ma si tratta pur sempre di prestazioni presenti e significative. Allora dove sta il problema? Nel fatto che, pur essendo esigenze reali e note a tutti -mancano i badanti, mancano relazioni di vicinato etc..- e pur essendo servizi a costo zero, poiché inclusi nei nostri piani di assistenza, sono prestazioni che non usa nessuno.

La domanda, quindi, è più ampia: perché, pur avendo gli strumenti -che magari non ti risolvono la vita, ma almeno ci sono- non siamo abituati a usarli?

Certamente c’è un tema di asimmetria informativa. Non tutti sanno a quali servizi possono ricorrere e noi siamo molto impegnati su questo (consci del fatto che scommettere sull’informazione è mutualismo, scommettere sulla mancanza di informazione è business privato). Ma non è un motivo sufficiente a spiegare il fenomeno.

In tema di conciliazione, ovvero di equilibrio vita-lavoro, accade qualcosa di analogo: il problema c’è, è evidente, ma certi strumenti -pur presenti e accessibili, non vengono letti come possibili soluzioni.

Un po’ come se il ragionamento sulle politiche per la famiglia non potesse uscire da certi schemi, piuttosto desueti.

Forse anche in questo ambito paghiamo lo scotto di almeno due generazioni di cittadini che sono disabituati alla dimensione collettiva del vivere, assuefatti a una certa forma di individualismo. Per il quale “ce la si cava da soli”.

Un altro esempio: abbiamo un piano sanitario dedicato ai caregiver familiari, quelle persone -e sono sempre più numerose- che devono prendersi cura di un parente, magari anziano. È una problematica molto seria, e la cooperazione eroga sempre più servizi per questo fine. Ecco, anche in quel caso, pur trattandosi di un prodotto del costo di poche decine di euro l’anno, che contempla anche un supporto psicologico, è molto poco richiesto. Magari da quelle stesse persone che spendono molto di più sul mercato.

Abbiamo l’impressione che è come se ci fossero schemi mentali che inquadrano il tema in cornici diverse.

Da qui la frustrazione: percepisci il bisogno, hai input da erogatori di servizi, ma il meccanismo non riesce a funzionare. Quello che sulla carta è un gioco a somma positiva non prende il via.

Una questione di linguaggio?

Non avere i linguaggi adeguati a raggiungere chi ha bisogno è una nostra paura, anche perché è un’operazione mutualistica, ovvero la nostra mission. Ci è capitato recentemente di riflettere sulle RSA: oggi sono percepite solo come luogo di cura. Ma se invece si aprissero sulla comunità? Invece lo schema mentale è ancora “dove mettiamo i soldi, e dove li possiamo vedere?”, ovvero creare un numero maggiore di posti letto.

Quando i bisogni delle persone sono innanzitutto di tipo relazionale, molto meno di degenza!

Torniamo alla conciliazione: la pandemia, lo smart working, hanno aiutato nella ricerca dell’equilibrio vita-lavoro?

Non è detto che lo smart working, da solo, garantisca quell’equilibrio. Anzi, c’è il rischio di una sempre maggior chiusura. Assistiamo alla disgregazione delle reti di sostegno. Non esiste conciliazione in un mondo non relazionale! Se non sei abituato alla relazione non vedi nemmeno gli strumenti che ti sono messi a disposizione. E quando sei di fronte a un bisogno non ti inventi lì per lì: serve essere allenato ad avere una relazione.

La pandemia, il “distanziamento sociale”, la paura che abbiamo vissuto certo non hanno aiutato. E il mercato fa presto a farti ritenere che per sgonfiare la paura devi pagare un servizio. Ma una cosa è prevenire la paura, un’altra riconoscere un bisogno.

La conciliazione, se diventa “stare chiusi in casa” è tutt’altro che auspicabile. Deve invece essere un metodo per bilanciare l’esigenza di stare a casa con quella di confrontarsi col mondo esterno.  

Liberare tempo per guadagnare spazi di benessere, non per accollarsi ulteriori incombenze.

Photo by Jessica Ruscello on Unsplash

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